Memoria Implicita: Come il Passato Guida il Presente Senza che ce ne Accorgiamo

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Nel 1911, uno psicologo e uno spillo

Nel 1911 lo psicologo svizzero Édouard Claparède fece un piccolo esperimento che oggi, vi assicuro, non passerebbe nessun comitato etico. Una sua paziente, a causa di una lesione cerebrale, non riusciva a formare nuovi ricordi: ogni volta che lui entrava nella stanza, lei lo salutava come uno sconosciuto. E questa cosa si ripeteva nel tempo. Un giorno Claparède, decise di cambiare la loro routine: nascose tra le sue dita uno spillo, e quando si salutarono le strinse la mano. La paziente ritrasse la mano, sorpresa.

Il giorno dopo, come sempre, Claparède non venne riconosciuto. La paziente non ricordava né lui né lo spillo. Eppure, quando Claparède le tese la mano, lei esitò e non volle stringerlgliela. Alla domanda “perché?”, rispose qualcosa come: “Non si ha forse il diritto di ritirare la mano?” (Claparède, 1911).

La paziente non ricordava in maniera consapevole. Ma qualcosa in lei, sapeva ciò che era successo.

È forse una delle illustrazioni più chiare di quella che oggi chiamiamo memoria implicita: una forma di memoria che guida il comportamento e le emozioni senza che ci sia un ricordo consapevole, dichiarativo, di ciò che l’ha formata.

Due modi di ricordare

Quando pensiamo alla memoria, di solito pensiamo alla capacità di richiamare qualcosa: il nome di una persona, un viaggio, la mattina del nostro primo giorno di scuola. Possiamo chiamare questa memoria, memoria esplicita, o dichiarativa. E’ quella memoria che ci permette di dire “mi ricordo che…” e di collocare l’esperienza in un dato tempo e nello spazio.

Accanto a questa, la ricerca ha descritto una famiglia di forme di memoria che si esprimono non attraverso il ricordo, ma attraverso il comportamento, le emozioni e le reazioni del corpo (Schacter, 1987; Squire, 2004).
Di questa memoria implicita ne fanno parte:

  • la memoria procedurale, che ci permette di guidare, scrivere al computer o allacciarci le scarpe senza pensarci;
  • gli apprendimenti emotivi, per cui uno stimolo associato a un’esperienza intensa continua a evocare paura, vergogna o allarme;
  • il priming, cioè l’influenza silenziosa di ciò che abbiamo già incontrato su come percepiamo il presente;
  • e quella che alcuni ricercatori hanno chiamato conoscenza relazionale implicita: il sapere, mai messo in parole, su come funzionano le relazioni e su cosa possiamo aspettarci dagli altri (Lyons-Ruth et al., 1998).

La paziente di Claparède aveva perso la memoria esplicita, ma non quella implicita. E proprio per questo il suo caso ci dice qualcosa che riguarda tutti noi.

Memoria implicita e Memoria Esplicita

Prima delle parole

La memoria implicita è attiva fin dai primi momenti della vita, molto prima che esista la capacità di raccontare. Un neonato non ricorda in senso autobiografico come è stato tenuto in braccio, consolato o lasciato piangere. Ma il suo sistema nervoso registra, ripetizione dopo ripetizione, quali esperienze seguono il bisogno di vicinanza. Non lo fa in modo astratto: lo fa nel corpo, nei ritmi, nelle attese. Nel modo in cui si irrigidisce o si ammorbidisce quando qualcuno si avvicina.

John Bowlby chiamò modelli operativi interni queste rappresentazioni di sé e degli altri costruite attraverso le prime relazioni di attaccamento (Bowlby, 1969/1982). Non sono teorie che il bambino sviluppa — sono mappe pratiche, forgiate dall’esperienza ripetuta: quando ho bisogno, qualcuno arriva? Se mostro quello che sento, vengo accolto o allontanato? Valgo abbastanza da essere cercato?

Memoria Implicita: le mappe invisibili delle relazioni

Queste mappe non vengono archiviate come ricordi. Diventano il modo in cui il sistema nervoso si aspetta che funzioni il mondo. E poiché si formano in un periodo in cui la corteccia prefrontale (la sede del pensiero riflessivo) è ancora largamente immatura, vengono scritte in un linguaggio che precede le parole: il linguaggio del corpo, delle emozioni, delle sensazioni viscerali (Schore, 2003).
È per questo che, da adulti, possiamo ritrovarci a reagire a una persona che si allontana con un’intensità che non riusciamo a spiegare, o a sentirci in pericolo quando qualcuno ci mostra affetto, o a chiuderci proprio nel momento in cui vorremmo avvicinarci. Non stiamo ricordando, ma stiamo applicando una mappa. E il bello è che lo facciamo così in fretta, così automaticamente, che spesso non ci accorgiamo nemmeno che stia accadendo.

La conoscenza relazionale implicita, questo sapere incarnato su come funzionano le relazioni, su cosa possiamo aspettarci dagli altri e su quanto valiamo, guida il nostro modo di stare con le persone ogni giorno, senza mai presentarsi come un ricordo (Lyons-Ruth, 1998). È invisibile proprio perché è diventata il fondale su cui si svolge tutto il resto.

“Lo so, ma non lo sento”

Nella stanza di terapia questa frase torna di continuo. “So che non è colpa mia.” “So che il mio partner non se ne andrà.” “So che sono al sicuro.” Ma…

È una delle frasi più oneste (e nella maggior parte frequenti) che qualcuno possa dire in terapia. Non è contraddizione, non è debolezza, non è nemmeno mancanza di volontà. Si tratta della descrizione accurata di due sistemi che lavorano con logiche diverse, su tempi diversi, e che a volte, anzi diciamo pure spesso, non comunicano affatto tra loro.

La memoria esplicita risponde bene alle parole. Una buona spiegazione, una riflessione accurata, una nuova prospettiva possono aggiornarla in tempi relativamente brevi. È il sistema che cambia per primo quando capiamo qualcosa di nuovo su noi stessi.
La memoria implicita funziona diversamente: non si aggiorna perché le spieghiamo che dovrebbe farlo. Si aggiorna attraverso l’esperienza vissuta, ripetuta, incarnata, sentita nel corpo. Una relazione in cui il bisogno viene accolto mille volte insegna qualcosa che nessuna spiegazione può insegnare. Un momento in cui ci aspettiamo di essere rifiutati e invece veniamo accolti, e poi un altro, e poi un altro ancora, quello è il tipo di evidenza che il sistema implicito sa riconoscere.

Questo spiega perché il lavoro terapeutico non possa essere solo psicoeducazione — per quanto utile effettivamente sia — e perché la comprensione intellettuale di un problema raramente è sufficiente a risolverlo. Questo non dipende dal fatto che la persona non abbia capito, ma dal fatto che la parte che deve “cambiare” non parla la lingua della comprensione.

Daniel Siegel (1999) ha descritto la mente come un sistema in cui l’integrazione (la capacità di collegare tra loro parti separate) è il meccanismo fondamentale del benessere psicologico. Quando la memoria esplicita e quella implicita sono disconnesse, la persona sa qualcosa a un livello e sente il contrario a un altro. Il lavoro terapeutico, in molti casi, consiste proprio nel costruire ponti tra questi due livelli, non convincendo il sistema implicito con argomenti, ma offrendogli nuove esperienze incarnate che parlino il suo stesso linguaggio.

memoria implicita: lo so, ma non lo sento

Una memoria che protegge

È facile pensare alla memoria implicita come a un peso: qualcosa che ci condiziona contro la nostra volontà, che ci porta a reagire in modi che non vogliamo, che sembra ostacolare il cambiamento. E a volte è così.
Ma, forse, vale la pena fermarsi un momento e guardarla anche dall’altra parte.

La memoria implicita esiste perché è straordinariamente utile: ci permette di reagire in fretta, senza dover ragionare ogni volta da capo. Un bambino che impara a leggere il tono di voce di un adulto prima ancora di capire le parole sta sviluppando una competenza che può salvargli la vita “letteralmente”. Un adulto che in una situazione di pericolo agisce prima di pensare sta usando un sistema che l’evoluzione ha selezionato perché funziona, e funziona veloce. La paziente di Claparède, ritirando la mano, si proteggeva da un dolore che non ricordava.

Il problema, quindi, non è la memoria implicita in sé. Il problema è il disallineamento temporale: alcuni apprendimenti vengono formati in un contesto preciso (un contesto di pericolo, di imprevedibilità, di solitudine) e poi continuano a funzionare anche quando quel contesto non c’è più. La mappa rimane attiva anche quando il territorio è cambiato. Un bambino che cresce in un ambiente in cui le emozioni vengono criticate impara, giustamente, a nasconderle. Un bambino che cresce in un ambiente imprevedibile impara, giustamente, a monitorare costantemente i segnali di pericolo. Un bambino che ha bisogno e non riceve risposta impara, giustamente, a non aspettarsi che il bisogno venga accolto. Queste non sono distorsioni, ma piuttosto sono adattamenti intelligenti a condizioni reali (Wadsworth, 2015).

Il punto è che quegli adattamenti vengono codificati come regole generali sul mondo, non come risposte situazionali. Il sistema nervoso non scrive “nascondi le emozioni con papà”, scrive “nascondere le emozioni è sicuro”. Non scrive “stai all’erta con quella persona” — scrive “stare all’erta è necessario”. E poi applica quella regola ovunque, anche nelle situazioni in cui non serve più, anche con le persone che non c’entrano niente con la storia originale.

Quello che allora ci proteggeva, oggi può limitarci. Non perché siamo sbagliati. Perché siamo stati molto bravi ad imparare a proteggerci, e ora dobbiamo avere la possibilità di imparare qualcosa di nuovo.

Si può cambiare ciò che non si ricorda?

La buona notizia è che sì, la memoria implicita può cambiare. Ma raramente cambia perché qualcuno ci spiega che dovrebbe.

Gli studi sul riconsolidamento della memoria hanno mostrato che, in determinate condizioni, un ricordo emotivo riattivato attraversa una breve fase in cui torna modificabile prima di essere di nuovo stabilizzato (Nader et al., 2000). Alcuni clinici hanno proposto che uno degli ingredienti del cambiamento in psicoterapia sia proprio questo: riattivare un apprendimento emotivo e, nello stesso momento, vivere un’esperienza che lo contraddice (Ecker et al., 2012). È un ambito di ricerca ancora aperto, e va maneggiato con prudenza, ma offre una cornice interessante.

Nella pratica clinica questo significa che il cambiamento passa spesso da tre ingredienti:

1. Esperienze nuove, ripetute.
Una relazione in cui il bisogno viene accolto, una, dieci, cento volte, insegna qualcosa che nessuna spiegazione può insegnare. Vale per le relazioni affettive, per le amicizie e anche per la relazione terapeutica.

2. Attenzione al corpo.
Poiché la memoria implicita si esprime nelle sensazioni, imparare a riconoscerle (il petto che si stringe, le spalle che si alzano) aiuta a cogliere il momento in cui una mappa antica si attiva.

3. Elaborazione delle esperienze di origine.
Approcci come l’EMDR lavorano proprio sulle esperienze rimaste immagazzinate con le emozioni e le sensazioni del momento in cui sono state vissute, aiutandole a collegarsi a informazioni più adattive (Shapiro, 2018).

Memoria implicita: Come si aggiorna la memoria implicita?

Quando chiedere aiuto

Vale la pena rivolgersi a un professionista quando certe reazioni si ripetono in modo prevedibile e doloroso, soprattutto nelle relazioni; quando la distanza tra “lo so” e “lo sento” resta grande nonostante gli sforzi; o quando emergono ricordi, sensazioni o emozioni intense che è difficile gestire da soli. Non serve avere ricordi precisi di cosa sia successo. Spesso, in terapia, si parte proprio da ciò che il corpo e le relazioni raccontano oggi. La memoria implicita è la parte del nostro passato che non ricordiamo, ma che viviamo. Guida le nostre reazioni, le nostre aspettative e il nostro modo di stare con gli altri. Non è un difetto da eliminare: è un sistema che ha imparato a proteggerci con le informazioni che aveva.

E ciò che è stato imparato attraverso l’esperienza può essere aggiornato attraverso nuove esperienze.

Domande frequenti

Che differenza c’è tra memoria implicita ed esplicita?

La memoria esplicita ci permette di ricordare consapevolmente fatti ed eventi. La memoria implicita si esprime nel comportamento, nelle emozioni e nelle reazioni del corpo, senza un ricordo consapevole.

Se non ricordo la mia infanzia, posso comunque esserne influenzato?

Sì. Le esperienze dei primi anni vengono conservate soprattutto in forma implicita, come aspettative e modi di reagire, anche quando non ne abbiamo ricordi espliciti.

Bisogna recuperare i ricordi per cambiare?

No. Il cambiamento non richiede di “ritrovare” ricordi dimenticati, e cercare di farlo forzatamente può essere controproducente. Si lavora su ciò che è presente oggi: reazioni, sensazioni, relazioni.

La psicoterapia può modificare la memoria implicita?

Sì, attraverso esperienze relazionali nuove, lavoro sul corpo e approcci che aiutano a elaborare le esperienze rimaste non integrate, come l’EMDR (Shapiro, 2018).



Continua questo percorso

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vincenzocapuano.net/blog


Riferimenti bibliografici

  • Bowlby, J. (1982). Attachment and loss: Vol. 1. Attachment (2nd ed.). Basic Books. (Opera originale pubblicata nel 1969)
  • Claparède, E. (1911). Reconnaissance et moïté. Archives de Psychologie, 11, 79–90.
  • Ecker, B., Ticic, R., & Hulley, L. (2012). Unlocking the emotional brain: Eliminating symptoms at their roots using memory reconsolidation. Routledge.
  • Lyons-Ruth, K. (1998). Implicit relational knowing: Its role in development and psychoanalytic treatment. Infant Mental Health Journal, 19(3), 282–289.
  • Nader, K., Schafe, G. E., & Le Doux, J. E. (2000). Fear memories require protein synthesis in the amygdala for reconsolidation after retrieval. Nature, 406(6797), 722–726. https://doi.org/10.1038/35021052
  • Schacter, D. L. (1987). Implicit memory: History and current status. Journal of Experimental Psychology: Learning, Memory, and Cognition, 13(3), 501–518.
  • Schore, A. N. (2003). Affect regulation and the repair of the self. Norton.
  • Shapiro, F. (2018). Eye movement desensitization and reprocessing (EMDR) therapy: Basic principles, protocols, and procedures (3rd ed.). Guilford Press.
  • Siegel, D. J. (1999). The developing mind: How relationships and the brain interact to shape who we are. Guilford Press.
  • Squire, L. R. (2004). Memory systems of the brain: A brief history and current perspective. Neurobiology of Learning and Memory, 82(3), 171–177.
  • Wadsworth, M. E. (2015). Development of maladaptive coping: A functional adaptation to chronic, uncontrollable stress. Child Development Perspectives, 9(2), 96–100.

© Vincenzo Capuano | Psicologo Psicoterapeuta
Questo articolo ha scopo divulgativo e non sostituisce una consulenza clinica individuale.

Vincenzo Capuano Profilo articoli
Dr. Vincenzo Capuano

Sono uno psicologo di Salerno nato e cresciuto in Campania. 

Ho completato nel 2011 i miei studi in Psicologia dei Processi Cognitivi presso la “Seconda Università di Napoli” a Caserta e nella stessa università nel 2016 il dottorato di ricerca in “Scienze della mente”. 

Attualmente psicoterapeuta cognitivo-comportamentale per i disordini dell’età evolutiva e dell’adulto e terapeuta EMDR Practitioner.

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