Blocco Elaborazione EMDR: Quando il Processo si Ferma e Cosa Ci Sta Dicendo

Indice

C’è un momento che quasi ogni terapeuta EMDR conosce.

Il paziente è in fase 4. La stimolazione bilaterale procede. Ma qualcosa non si muove. Il SUD rimane stabile — o oscilla senza scendere davvero. Il paziente dice “non cambia niente”, oppure continua a tornare sulla stessa immagine, sullo stesso pensiero, sulla stessa sensazione corporea, come se il processo girasse intorno a un punto fisso senza mai attraversarlo.

La prima domanda che ci facciamo, quasi automaticamente, è: ho scelto il target sbagliato?

È una domanda legittima. Necessaria, a volte. Ma nella mia pratica clinica e nel lavoro di supervisione, ho imparato che c’è un’altra domanda (spesso più utile, e spesso più difficile da porre) che conviene fare prima:

E se questo blocco avesse una funzione per quel paziente?

Questo articolo è una riflessione clinica su questa seconda domanda. Su cosa può significare il blocco elaborazione EMDR quando lo guardiamo non come un ostacolo da rimuovere, ma come un messaggio da ascoltare.

Il modello AIP e cosa prevede quando l’elaborazione si ferma

Per capire il blocco, è utile partire da dove il protocollo standard lo colloca.

Il modello Adaptive Information Processing (AIP), proposto da Francine Shapiro (2001), è il framework teorico alla base dell’EMDR. Secondo questo modello, le esperienze traumatiche vengono immagazzinate in modo disfunzionale — bloccate in reti mnestiche che conservano le percezioni, le emozioni, le cognizioni e le sensazioni corporee originali, congelate nel momento dell’evento. La stimolazione bilaterale facilita il riprocessamento di queste memorie verso una risoluzione adattiva, permettendo la connessione con reti mnestiche più funzionali.

Quando l’elaborazione si blocca, il protocollo standard offre già una serie di possibili spiegazioni e strategie di intervento. Tra le più comuni:

  • Target non ottimale: la memoria scelta non è la più prototipica o non è sufficientemente collegata alla rete traumatica principale.
  • Finestra di tolleranza insufficiente: il paziente non ha ancora le risorse di regolazione necessarie per processare quel materiale senza esserne sopraffatto — un segnale che la fase 2 (preparazione) necessita di ulteriore lavoro.
  • Relazione terapeutica: la qualità dell’alleanza incide direttamente sulla capacità del paziente di lasciarsi andare al processo. Un blocco può riflettere una fiducia ancora fragile.
  • Credenze cognitive bloccanti: una cognizione negativa particolarmente radicata può agire come ancora che impedisce il movimento.
  • Elementi dissociativi non rilevati: la presenza di parti dissociate non identificate in fase di assessment può interferire attivamente con l’elaborazione.

Tutte queste variabili meritano valutazione sistematica. Ma c’è una dimensione che il protocollo standard tocca (specialmente nelle evoluzioni più recenti della pratica EMDR) e che merita un approfondimento specifico:
la funzione protettiva del blocco.

Il blocco come segnale: la prospettiva delle parti

La Ego state therapy fu sviluppata originariamente da John G. Watkins e Helen H. Watkins (1997) come approccio psicoterapeutico che concettualizza la personalità come un sistema di stati dell’Io distinti, ognuno con propri affetti, credenze e strategie comportamentali. Il concetto affonda le radici nel lavoro di Paul Federn e nella tradizione psicoanalitica, ma i Watkins lo svilupparono in una modalità clinica strutturata e applicabile al lavoro con il trauma e la dissociazione.

Andrew Leeds (2009, 2016) ha sistematizzato l’integrazione tra questo approccio e il protocollo EMDR, mostrando come molti blocchi nell’elaborazione non siano semplici difetti tecnici, ma espressioni attive di stati dell’Io che percepiscono il cambiamento come una minaccia alla propria funzione protettiva. Robin Shapiro (2016) ha ulteriormente contribuito a rendere accessibili e praticamente applicabili questi interventi nel contesto dell’EMDR, con un approccio orientato alla clinica quotidiana e ricco di strumenti concreti.

Questa prospettiva si intreccia in modo interessante con il lavoro di Richard Schwartz (2001) sull’Internal Family Systems (IFS), che descrive la mente come un sistema di parti con propri ruoli, credenze e intenzioni — alcune delle quali si pongono come managers o firefighters, parti protettive che intervengono per impedire che parti più vulnerabili (gli exiles) vengano raggiunte o sopraffatte.

Jim Knipe (2018) ha ulteriormente sviluppato questa prospettiva nel contesto EMDR con il suo EMDR Toolbox, un insieme strutturato di strumenti clinici specificamente progettati per lavorare con le parti nel contesto del protocollo standard. Il contributo di Knipe è fondamentale perché non si limita a teorizzare la presenza delle parti: offre interventi concreti, orientati al modello AIP, per lavorare con esse in modo sicuro ed efficace — riconoscendo le loro funzioni protettive senza cercare di aggirarle o forzarle. Spadoni, Arnaboldi e Knipe (2026) hanno successivamente sistematizzato questo approccio nell’EMDR Toolbox Method (ETM), una cornice clinica integrata che espande il lavoro di Knipe con un modello delle parti più articolato e una proposta di concettualizzazione del caso orientata all’AIP.

In questo framework, quando l’elaborazione EMDR si avvicina a materiale emotivamente critico, una parte protettiva può intervenire attivamente per rallentare o bloccare il processo. Non per sabotaggio, ma per protezione. Dal punto di vista di quella parte, il cambiamento non è ancora sicuro. Lasciare andare quella memoria, contattare quell’emozione, permettere a quella cognizione negativa di essere messa in discussione — tutto questo può sembrare, a livello implicito, un pericolo reale.

Il segnale clinico è spesso sottile: il paziente che dice “non sento niente”, o che continua a razionalizzare invece di seguire l’esperienza, o che mostra una rigidità nella postura, o che riferisce una sensazione di “nebbia” o “distanza” dal materiale, può stare esprimendo l’attivazione di una parte protettiva, non una resistenza volontaria o una mancanza di motivazione.

La teoria della dissociazione strutturale: un ulteriore livello di lettura

La teoria della dissociazione strutturale della personalità, proposta da Van der Hart, Nijenhuis e Steele (2006), offre un ulteriore framework per comprendere certi blocchi elaborativi, specialmente quando siamo di fronte a pazienti con trauma complesso o PTSD complesso.

Secondo questo modello, il trauma produce una divisione strutturale della personalità in una Parte Apparentemente Normale (PAN) — orientata alla vita quotidiana, spesso evitante rispetto al materiale traumatico — e una o più Parti Emotive (PE) — che conservano le risposte difensive e le esperienze traumatiche non integrate.

In questo contesto, il blocco elaborazione EMDR può riflettere la fobia che la PAN ha nei confronti del materiale traumatico conservato nelle PE. La PAN percepisce il contatto con quel materiale come destabilizzante e interviene, implicitamente, per impedirlo. Non è manipolazione o resistenza cosciente: è la struttura dissociativa all’opera, che fa il suo lavoro.

Questo ha implicazioni dirette per la valutazione clinica: in pazienti con storia di trauma complesso, la comparsa di blocchi ripetuti e difficili da sbloccare dovrebbe sempre portare a valutare con attenzione il grado di dissociazione strutturale presente prima di procedere con tentativi ripetuti di elaborazione che potrebbero risultare controproducenti o destabilizzanti.

Il modello di Van der Hart et al. (2006) si integra naturalmente con la prospettiva di Knipe (2018) e con l’ego state therapy dei Watkins (1997): in tutti e tre questi contributi, le parti che bloccano l’elaborazione non sono nemiche del processo terapeutico, ma alleate mal comprese sistemi di protezione che hanno bisogno di essere riconosciuti, rispettati e gradualmente coinvolti nel lavoro, non aggirate o forzate.

Il blocco come testo: cosa leggere clinicamente

Quando mi trovo di fronte a un blocco elaborazione EMDR, la prima cosa che cerco di fare non è rompere il blocco. È diventare curioso rispetto ad esso… accogliente e compassionevole, prima ancora che tecnico.

Alcune domande che trovo utili e che propongo anche in supervisione per esplorare il blocco sono:

Cosa sta proteggendo questo blocco?
Se immaginiamo che il blocco abbia una funzione, da cosa sta proteggendo il paziente? Dall’intensità di un’emozione? Dal contatto con una credenza su di sé particolarmente dolorosa? Dal rischio di perdere un’identità costruita intorno a quella memoria?

Da cosa teme che il paziente possa essere sopraffatto?
La parte che blocca ha spesso una logica interna coerente — anche quando quella logica è anacronistica rispetto al presente. Comprendere quella logica è il primo passo per entrare in dialogo con essa, invece di contrastarla.

Quanti anni sembra avere quella parte?
Una domanda semplice, a volte sorprendente nella sua efficacia. La parte che blocca spesso appartiene a un’epoca precisa della storia del paziente — e riconoscerlo può aprire un canale di comunicazione molto più diretto di qualunque tecnica.

Di cosa avrebbe bisogno per permettere al processo di continuare?
Non si chiede alla parte di sparire, di cedere, di smettere di fare il suo lavoro. Si chiede cosa le servirebbe per sentirsi abbastanza al sicuro da lasciare spazio all’elaborazione. A volte la risposta è semplice e concreta. A volte apre un lavoro preparatorio significativo.

Questo approccio di esplorare il blocco prima di cercare di rimuoverlo, è assolutamente coerente con il protocollo EMDR nella sua formulazione più aggiornata (Shapiro, 2018), con il lavoro di Knipe (2018) sull’EMDR Toolbox, con la prospettiva IFS di Schwartz (2001), e con l’approccio pratico di Robin Shapiro (2016) agli interventi sugli ego state: in tutti questi contributi, il sistema del paziente viene rispettato nella sua complessità, e le parti protettive vengono coinvolte nel processo di elaborazione e non aggirate.

Il contributo di Knipe: strumenti strutturati per lavorare con le parti

Jim Knipe (2010, 2018) ha sviluppato una serie di strumenti clinici specifici per lavorare con le parti che bloccano o complicano l’elaborazione EMDR. Tre contributi in particolare meritano attenzione specifica nel contesto del blocco elaborativo.

La Back of the Head Scale (BHS)

Prima di intervenire su un blocco, è necessario capire dove si trova il paziente in quel momento — quanto è presente nella stanza, e quanto invece sta scivolando verso il materiale traumatico in modo non controllato.

La Back of the Head Scale (BHS) è uno strumento sviluppato da Knipe (2010) per misurare il grado di orientamento al presente del paziente momento per momento durante la sessione. L’idea è semplice ed elegante: il terapeuta invita il paziente a immaginare una linea che va dal dito del terapeuta (tenuto a circa 40 cm dal viso del paziente) fino alla nuca. Un’estremità della linea rappresenta la piena presenza nel qui e ora, nello studio del terapeuta, capace di ascoltare e rispondere; l’altra estremità rappresenta il completo assorbimento nel materiale traumatico, come se il paziente fosse altrove, in un altro tempo, incapace di essere raggiunto dal presente.

Il paziente così può indicare con un dito o con la mano dove si trova su questa linea in un dato momento.

Questo strumento ha un doppio valore clinico. Da un lato, fornisce al terapeuta una misura visiva e immediata del livello di dissociazione in atto (senza richiedere al paziente di verbalizzare uno stato che spesso non riesce a nominare). Dall’altro, educa il paziente stesso a monitorare la propria presenza, rendendolo co-protagonista attivo della regolazione invece di soggetto passivo di un processo che non controlla.

La BHS si introduce durante la fase 2 (preparazione), prima che inizi qualunque lavoro di elaborazione, in modo che il paziente la conosca già quando ne ha bisogno. Durante la fase 4, può essere usata regolarmente per verificare che il paziente mantenga la doppia attenzione, condizione necessaria per un’elaborazione terapeutica efficace.

Il CIPOS: Constant Installation of Present Orientation and Safety

Se la BHS è lo strumento di misurazione, il CIPOS (Constant Installation of Present Orientation and Safety) è lo strumento di intervento per eccellenza nei casi in cui la dissociazione rischia di compromettere l’elaborazione — o quando il blocco emerge proprio da una fuga dissociativa dal materiale.

Knipe (2010) ha sviluppato il CIPOS specificamente per i pazienti che sono potenzialmente vulnerabili all’abreazione dissociativa — pazienti con struttura dissociativa della personalità, con trauma complesso, o con intensa fobia del proprio materiale traumatico. Il principio fondamentale è la titolazione dell’esposizione: invece di portare il paziente verso il materiale traumatico e tenerlo lì fino a quando il SUD non scende, il CIPOS alterna sistematicamente brevi momenti di accesso al materiale con ritorni attivi al presente.

In pratica, il ciclo funziona così:

  1. Il terapeuta verifica attraverso la BHS che il paziente sia pienamente orientato al presente.
  2. Il paziente accede brevemente al materiale traumatico (per pochi secondi, in modo controllato e prevedibile).
  3. Il terapeuta usa la stimolazione bilaterale lenta per installare e rinforzare attivamente il senso di presenza nel qui e ora (quindi non per processare il trauma, ma per ancorare il paziente alla sicurezza del presente).
  4. La BHS viene riutilizzata per verificare il ritorno al presente prima di procedere con un nuovo breve accesso al materiale.

Questo ciclo ripetuto – accesso breve, ritorno attivo al presente, verifica — permette al paziente di imparare, spesso molto rapidamente, qualcosa di fondamentale: posso avvicinarmi a quel materiale e poi uscirne. Non sono intrappolato in esso.

Il CIPOS trasforma la logica stessa dell’elaborazione: invece di cercare di portare il paziente a stare nel materiale traumatico finché non si risolve, lavora sulla mobilità, sulla capacità di entrare e uscire in modo controllato. In pazienti con alta dissociabilità, questa mobilità è spesso la competenza mancante, e il CIPOS è uno degli strumenti più efficaci per costruirla.

Dal punto di vista del modello AIP (Shapiro, 2001), il CIPOS non bypassa l’elaborazione: la rende possibile in condizioni in cui altrimenti non lo sarebbe. La stimolazione bilaterale usata nel CIPOS non processa il trauma, ancora il presente. Solo quando il paziente è sufficientemente ancorato, l’elaborazione vera può riprendere.

L’intervento di Loving Eyes

Oltre a BHS e CIPOS, Knipe (2018) ha sviluppato l’intervento del Loving Eyes — un approccio compassionevole in cui il terapeuta aiuta il paziente a portare uno sguardo gentile e curioso verso la parte che blocca l’elaborazione, non per convincerla, ma per riconoscerla. Quando una parte protettiva si sente vista e rispettata invece che combattuta, la sua attivazione difensiva tende a ridursi — creando le condizioni per un dialogo autentico e per il graduale movimento verso l’elaborazione.

La concettualizzazione orientata all’AIP: in tutti questi strumenti, Knipe mantiene sempre l’ancoraggio al modello AIP, traducendo il lavoro con le parti nel linguaggio della teoria EMDR. Le parti protettive non sono entità separate dal modello — sono reti mnestiche con proprie credenze, affetti e strategie difensive, immagazzinate in modo disfunzionale come qualsiasi altro materiale traumatico. Questo aspetto — il mantenimento dell’orientamento AIP nel lavoro con le parti — è uno dei contributi più preziosi di Knipe (2018) e di Spadoni et al. (2026): permette al clinico EMDR di lavorare con la complessità dissociativa senza abbandonare la cornice teorica del protocollo, ma approfondendola.

Quando il blocco non è una parte protettiva: valutare le altre variabili

È importante (e lo sottolineo esplicitamente, anche in supervisione) che la prospettiva delle parti non diventi un’interpretazione universale da applicare a ogni blocco. Esistono situazioni in cui il blocco nell’elaborazione EMDR segnala qualcosa di diverso:

Il target non è quello giusto. La memoria selezionata non è la più prototipica per quella rete traumatica. Un lavoro più accurato di assessment e formulazione (storia del caso, identificazione del target più precoce o più disturbante, analisi della catena associativa) può essere sufficiente a sbloccare il processo.

La finestra di tolleranza è troppo stretta. Il paziente non ha ancora le risorse di regolazione necessarie. Il lavoro di fase 2 va ripreso — non come fallimento, ma come risposta sensibile ai bisogni reali di quel paziente in quel momento. In questo contesto, il Resource Development and Installation (RDI) proposto da Leeds (2009) offre strumenti strutturati per ampliare la finestra prima di riprendere l’elaborazione.

La relazione terapeutica necessita di attenzione. Un blocco che compare ripetutamente e che sembra insensibile a qualunque intervento tecnico può riflettere una frattura nell’alleanza — esplicita o implicita. Nominarlo, esplorarlo, ripararlo, può essere la mossa più importante.

Sono presenti elementi somatici non sufficientemente elaborati. Il corpo può bloccare l’elaborazione prima che la mente ne abbia coscienza. Interventi somatici integrativi (attenzione alla postura, al respiro, alle sensazioni corporee) possono riaprire un canale chiuso.

Sono presenti comorbilità non valutate. Disturbi dissociativi, tratti di personalità significativi, abuso di sostanze attivo — tutti elementi che possono interferire con l’elaborazione e che richiedono una rivalutazione del piano di trattamento.

La domanda che ci siamo fatti all’inizio di questo articolo “cosa mi sta raccontando questo blocco?” non esclude nessuna di queste valutazioni. Le include tutte e aggiunge una dimensione in più, che spesso può risultare la più fertile.

Un esempio clinico

I dettagli identificativi sono stati modificati per preservare la riservatezza.

Marco, 41 anni, è in trattamento per PTSD a seguito di un incidente stradale. Dopo una buona fase 2 e una prima sessione di elaborazione che sembrava procedere, le sessioni successive mostrano un blocco ricorrente: il SUD rimane a 6–7, il paziente riferisce “non cambia niente”, l’immagine target rimane stabile senza movimento.

Invece di cambiare target o modificare la frequenza della stimolazione, propongo una pausa. Invito Marco a portare attenzione a quello che sente nel corpo in questo momento (non rispetto alla memoria, ma rispetto al blocco stesso).

Marco descrive una sensazione di “muro” al petto. Gli chiedo, con curiosità genuina: “Se questo muro potesse parlare, cosa direbbe?” Dopo un silenzio: “Che non è ancora il momento.”

Gli chiedo come mai. Marco, con una certa sorpresa, risponde: “Perché se elaboro questo, non ho più una scusa per stare a casa.”

Il blocco stava proteggendo una funzione secondaria del sintomo che non era emersa in fase di assessment — una quota significativa di ritiro sociale che il PTSD giustificava, e che Marco non era ancora pronto ad affrontare. Il lavoro si è spostato temporaneamente su questo livello e l’elaborazione, qualche settimana dopo, ha potuto riprendere con movimento reale.

In termini di Knipe (2018), quella parte che diceva “non è ancora il momento” aveva una logica precisa: stava proteggendo Marco da un cambiamento per cui non si sentiva ancora sufficientemente supportato. Non andava rimossa: andava ascoltata, riconosciuta, e gradualmente coinvolta nel processo. In termini di ego state therapy (Watkins & Watkins, 1997), quello stato dell’Io conteneva credenze e affetti propri, ancorati a un periodo preciso della vita di Marco e il lavoro terapeutico consisteva nel portare quello stato in contatto con le risorse del presente, prima di poter procedere con l’elaborazione.

Messaggio ai colleghi

Il blocco elaborazione EMDR NON è un FALLIMENTO del protocollo. Non è necessariamente un errore clinico, e non è quasi mai una resistenza del paziente nel senso tradizionale del termine. È spesso — diciamolo meglio non sempre, ma spesso — un messaggio. Un segnale che qualcosa nel sistema del paziente non è ancora sufficientemente pronto, sufficientemente sicuro, sufficientemente supportato per procedere.

La domanda più utile che possiamo porci, in quel momento, non è sempre “come faccio a far ripartire l’elaborazione?”

A volte è: “Che cosa mi sta raccontando questo blocco?”

E quella domanda posta con curiosità, con rispetto, con la stessa compassione che speriamo di trasmettere al paziente, può aprire una comprensione del caso più ricca di qualunque tecnica di sblocco. In fondo, ciò che sembra interferire con la fase 4 può trasformarsi, se lo accogliamo, in materiale prezioso per la concettualizzazione del caso. Non un ostacolo da aggirare, ma una porta che ci chiede solo di bussare in modo diverso.

FAQ

Cosa fare quando il SUD non scende in EMDR?

Prima di cambiare target o tecnica, vale la pena esplorare se il blocco ha una funzione protettiva per il paziente. Stati dell’Io — nel senso dell’ego state therapy di Watkins e Watkins (1997), nella prospettiva IFS di Schwartz (2001), o negli strumenti pratici di Robin Shapiro (2016) — possono interferire attivamente con l’elaborazione quando percepiscono il cambiamento come non ancora sicuro. È utile anche rivalutare la finestra di tolleranza, la qualità dell’alleanza terapeutica e la completezza della fase 2.

Cosa significa “blocco elaborazione EMDR”?

Si parla di blocco elaborativo quando, durante la fase 4 del protocollo EMDR (desensibilizzazione), il SUD non scende in modo significativo, il processo sembra girare in tondo o il paziente riferisce assenza di movimento nel materiale. Non è una situazione rara — e ha spesso significati clinici precisi che meritano esplorazione sistematica prima di intervenire tecnicamente.

Quando tornare alla fase 2 in EMDR?

Quando emergono segnali che la finestra di tolleranza del paziente non è sufficiente per il materiale che si sta affrontando: blocchi ripetuti, abreazioni intense non gestibili, dissociazione durante la sessione, deterioramento del funzionamento tra una sessione e l’altra. La fase 2 non è un fallimento — è una risposta sensibile ai bisogni reali del paziente. Il RDI di Leeds (2009) offre strumenti strutturati per questo lavoro preparatorio.

Come lavorare con le parti protettive in EMDR?

l contributo di Knipe (2018) con l’EMDR Toolbox offre strumenti concreti per entrare in dialogo con le parti che bloccano l’elaborazione — riconoscendone la funzione protettiva invece di cercare di aggirarle. Interventi come il Loving Eyes permettono di portare uno sguardo compassionevole verso la parte, riducendo l’attivazione difensiva e creando le condizioni per il movimento. Questo approccio è compatibile e integrabile con il protocollo EMDR standard e con l’ego state therapy dei Watkins (1997).

La teoria della dissociazione strutturale è rilevante per i blocchi EMDR?

Sì, specialmente nei pazienti con trauma complesso. Van der Hart et al. (2006) descrivono come la Parte Apparentemente Normale della personalità possa avere una fobia attiva nei confronti del materiale traumatico conservato nelle Parti Emotive — una fobia che si esprime clinicamente proprio come blocco elaborativo. In questi casi, una valutazione accurata del grado di dissociazione strutturale è fondamentale prima di procedere.

Cosa è l’EMDR Toolbox Method?

È un framework clinico sviluppato da Spadoni, Arnaboldi e Knipe (2026) che sistematizza e amplia il lavoro originale di Jim Knipe sull’EMDR Toolbox. Integra un modello delle parti più articolato con una proposta di concettualizzazione del caso orientata al modello AIP, mantenendo il protocollo EMDR come cornice centrale dell’intervento.


Riferimenti

  • Knipe, J. (2018). EMDR toolbox: Theory and treatment of complex PTSD and dissociation (2nd ed.). Springer Publishing Company. https://doi.org/10.1891/9780826172563
  • Leeds, A. M. (2009). A guide to the standard EMDR protocols for clinicians, supervisors, and consultants. Springer Publishing Company.
  • Leeds, A. M. (2016). A guide to the standard EMDR therapy protocols for clinicians, supervisors, and consultants (2nd ed.). Springer Publishing Company.
  • Schwartz, R. C. (2001). Introduction to the internal family systems model. Trailheads Publications.
  • Shapiro, F. (2001). Eye movement desensitization and reprocessing: Basic principles, protocols, and procedures (2nd ed.). Guilford Press.
  • Shapiro, F. (2018). Eye movement desensitization and reprocessing: Basic principles, protocols, and procedures (3rd ed.). Guilford Press.
  • Shapiro, R. (2016). Easy ego state interventions: Strategies for working with parts. W. W. Norton.
  • Spadoni, M., Arnaboldi, P., & Knipe, J. (2026). The EMDR toolbox method (ETM): Expanding Jim Knipe’s work and enhancing the AIP model. Journal of EMDR Practice and Research, 20(27). https://doi.org/10.34133/jemdr.0027
  • Van der Hart, O., Nijenhuis, E. R. S., & Steele, K. (2006). The haunted self: Structural dissociation and the treatment of chronic traumatization. W. W. Norton.
  • Watkins, J. G., & Watkins, H. H. (1997). Ego states: Theory and therapy. W. W. Norton.

Continua a esplorare

Se lavori con pazienti traumatizzati e vuoi approfondire questi temi — elaborazione EMDR, lavoro con le parti, trauma complesso — puoi trovare altri contenuti clinici sul mio blog:

vincenzocapuano.net/blog

Sono disponibile per supervisione individuale e di gruppo su questi temi.


© Vincenzo Capuano | Psicologo Psicoterapeuta
Articolo rivolto a professionisti della salute mentale. Non sostituisce la formazione clinica specifica in EMDR.

Vincenzo Capuano Profilo articoli
Dr. Vincenzo Capuano

Sono uno psicologo di Salerno nato e cresciuto in Campania. 

Ho completato nel 2011 i miei studi in Psicologia dei Processi Cognitivi presso la “Seconda Università di Napoli” a Caserta e nella stessa università nel 2016 il dottorato di ricerca in “Scienze della mente”. 

Attualmente psicoterapeuta cognitivo-comportamentale per i disordini dell’età evolutiva e dell’adulto e terapeuta EMDR Practitioner.

Ultimi articoli
Iscriviti alla mia Newsletter

Iscriviti ora e ricevi direttamente nella tua casella email contenuti esclusivi e stimolanti che ti accompagneranno passo dopo passo nel tuo percorso.