Il lutto è una delle esperienze più dolorose che possiamo vivere. Quando perdiamo una persona cara non cambia soltanto la nostra vita emotiva: cambia anche il modo in cui il cervello, il corpo e le relazioni cercano di adattarsi alla nuova realtà. Ma c’è una domanda che, prima o poi, attraversa la mente di chiunque abbia perso una persona cara: quanto deve durare questo dolore prima che diventi un problema?
È una domanda legittima, ma anche scomoda. Perché tocca qualcosa che la nostra cultura fatica a maneggiare: il confine — se esiste — tra il dolore che fa parte della vita e il dolore che ha bisogno di cure.
Nel 2022, questo confine è diventato anche una questione clinica formale. Il DSM-5-TR ha introdotto una nuova diagnosi: il Disturbo da Lutto Prolungato. E da allora, nella comunità scientifica internazionale, è in corso un dibattito tutt’altro che concluso. Proviamo a entrarci con calma, senza prendere scorciatoie.
Cosa dice davvero la diagnosi
Partiamo dai fatti, perché su questo tema le semplificazioni circolano più velocemente dei criteri clinici.
Il Disturbo da Lutto Prolungato (DLP) non riguarda chiunque soffra per una perdita. I criteri diagnostici richiedono che, dopo almeno 12 mesi dalla morte di una persona cara (6 mesi per bambini e adolescenti), permanga una risposta al lutto intensa e persistente, centrata su un’intensa nostalgia per il defunto o su preoccupazioni continue legate ai pensieri e ai ricordi della persona scomparsa. A questo si accompagnano sintomi come la sensazione di aver perso una parte di sé, incredulità riguardo alla morte, evitamento dei ricordi, intorpidimento emotivo, senso di vuoto esistenziale, difficoltà a reinserirsi nelle relazioni e nelle attività quotidiane.
Il punto crucialem quello che spesso si perde nelle discussioni più superficiali, è che la durata da sola non basta. I sintomi devono essere clinicamente significativi, sproporzionati rispetto alle norme culturali e sociali di riferimento, e devono compromettere in modo concreto il funzionamento della persona. Le stime di prevalenza confermano che si tratta di una minoranza: circa il 7-10% delle persone in lutto sviluppa un quadro che soddisfa questi criteri.
Detto in altri termini: la stragrande maggioranza di chi soffre per una perdita — anche intensamente, anche per mesi — non riceve né dovrebbe ricevere questa diagnosi. Il lutto resta, nella sua forma più comune, un processo naturale di adattamento, non un disturbo.
La controversia: quando una diagnosi diventa un terreno di scontro
Qui le cose si fanno interessanti, perché l’introduzione del DLP ha aperto un dibattito che va ben oltre la psichiatria, toccando filosofia, sociologia e persino questioni di dignità umana.
Le ragioni di chi critica
Le voci critiche — tra cui figure autorevoli come Allen Frances, uno degli architetti del DSM-IV — sollevano preoccupazioni reali. La prima riguarda il rischio di patologizzare un’esperienza umana universale. Se il lutto è una risposta naturale alla perdita, etichettarlo come disturbo rischia di trasmettere il messaggio sbagliato: che soffrire troppo, o troppo a lungo, sia di per sé un problema medico.
C’è poi una preoccupazione più pratica, legata al contesto delle cure: il timore che, in consultazioni brevi e poco approfondite, alcuni professionisti possano applicare la diagnosi con troppa leggerezza, aprendo la strada a prescrizioni farmacologiche frettolose per un dolore che, semplicemente, ha bisogno di tempo e di accompagnamento.
Una critica più profonda, di matrice transculturale, evidenzia un altro problema: i criteri diagnostici sono stati costruiti prevalentemente su dati e riferimenti occidentali. Questo rischia di non rendere giustizia alle enormi variazioni culturali nei modi di vivere ed esprimere il lutto — pensiamo solo a quanto cambiano i rituali di elaborazione tra culture diverse, o anche solo tra generazioni nella stessa cultura.
Le ragioni di chi difende la diagnosi
Dall’altra parte, c’è un argomento che merita altrettanta attenzione: ignorare la sofferenza non è un atto di rispetto verso chi soffre.
I sostenitori della diagnosi — tra cui Holly Prigerson, una delle ricercatrici che più ha contribuito a definirne i criteri — sottolineano che il DLP è associato a conseguenze cliniche serie: aumento del rischio cardiovascolare, ideazione suicidaria, abuso di sostanze. Negare l’esistenza di una condizione clinicamente significativa, in nome del principio “il lutto è normale”, può lasciare senza aiuto chi ne avrebbe davvero bisogno.
C’è anche un dato che vale la pena considerare: in alcune indagini, la maggioranza delle persone in lutto intervistate ha dichiarato di sentirsi meglio, non peggio, sapendo che la propria sofferenza aveva un nome riconosciuto clinicamente — un sollievo nel non sentirsi “fuori controllo” senza una spiegazione.
Una mia riflessione, da clinico
Credo che entrambe le posizioni colgano qualcosa di vero, e che il vero rischio non sia la diagnosi in sé, ma come viene usata. Una diagnosi può essere uno strumento di cura quando aiuta una persona a capire cosa le sta succedendo e a ricevere un trattamento mirato; può diventare uno strumento di danno quando viene applicata meccanicamente, senza tener conto della storia, della cultura e del significato che quella perdita ha per quella persona specifica.
Il compito del clinico, in questo senso, non cambia: restare accanto alla persona con un’attenzione che non sia né minimizzante né frettolosamente patologizzante.

Cosa succede nel cervello quando perdiamo qualcuno
Al di là del dibattito nosografico, le neuroscienze ci offrono uno sguardo diverso e complementare sul lutto: non come categoria diagnostica, ma come processo di riorganizzazione.
La teoria dell’attaccamento di John Bowlby resta, ancora oggi, una delle lenti più potenti per comprendere cosa accade quando perdiamo una persona cara. Secondo questa prospettiva, una figura di attaccamento significativa non è solo una presenza affettiva: è una base di sicurezza neurobiologica, un punto di riferimento che il nostro sistema nervoso usa costantemente per regolare lo stress e l’arousal.
Quando questa figura scompare, il sistema di attaccamento — lo stesso che nei bambini piccoli spinge alla ricerca attiva della figura di cura quando viene separata da essa — si attiva in un adulto in modo sorprendentemente simile. C’è una fase di ricerca, quasi automatica: la mente continua a “cercare” la persona scomparsa, in modo a volte involontario — voltarsi quando si sente un rumore familiare, prendere il telefono per chiamarla, aspettarsi di vederla in un luogo abituale. Non è patologia: è il sistema di attaccamento che fa esattamente quello per cui si è evoluto, prima di riorganizzarsi attorno a una nuova realtà.
È un processo che richiede tempo proprio perché coinvolge una ristrutturazione profonda: il cervello deve aggiornare mappe di previsione costruite in anni, a volte decenni, di relazione quotidiana. Possiamo pensarlo come un lavoro di riorganizzazione della propria narrativa interiore — non smettere di amare o di ricordare, ma integrare la perdita in una storia di vita che può continuare ad avere senso.
Il ruolo delle relazioni: perché non si guarisce da soli
Se c’è un dato su cui la ricerca converge in modo quasi unanime, è questo: le relazioni sono il fattore protettivo più importante nell’elaborazione del lutto.
Gli studi sui fattori di rischio per il Disturbo da Lutto Prolungato identificano costantemente la mancanza di sostegno sociale come una delle variabili più rilevanti. Non sorprende, se pensiamo al lutto attraverso la lente dell’attaccamento: se la perdita è la rottura di un legame, la cura passa inevitabilmente attraverso altri legami.
Questo significa diverse cose, concretamente:
Lo stile di attaccamento conta. Le persone con uno stile di attaccamento sicuro tendono ad attraversare il lutto in modo più adattivo, anche perché si sentono più libere di chiedere aiuto e di tollerare la vicinanza altrui nei momenti di vulnerabilità. Chi ha uno stile più ansioso o evitante può faticare a chiedere supporto proprio quando ne avrebbe più bisogno — o, al contrario, può aggrapparsi in modo disorganizzato a chi gli sta vicino.
Il lutto non è un evento privato. Anche se lo viviamo in solitudine nei momenti più intimi, l’elaborazione del lutto è da sempre, storicamente, un processo collettivo. I rituali — i funerali, le veglie, gli anniversari — non sono semplici formalità sociali: sono strutture che permettono alla comunità di sostenere chi sta attraversando la perdita, offrendo punti di riferimento temporali e relazionali in un momento di disorientamento radicale.
L’isolamento è un fattore di rischio, non una conseguenza neutra. Chi si ritira dalle relazioni dopo una perdita — spesso per evitare il dolore di parlarne, o per la sensazione che nessuno possa davvero capire — rischia di restare incagliato in un dolore che non trova spazio per essere condiviso e, quindi, trasformato.
Questo è probabilmente il messaggio clinico più importante da trasmettere a chi sta vivendo un lutto: chiedere aiuto non è un segno di debolezza, è la cosa più coerente con il modo in cui siamo fatti per guarire.

Continuing bonds: guarire non significa “lasciare andare”
C’è un’idea, profondamente radicata nella cultura occidentale del Novecento, che vale la pena mettere in discussione: l’idea che elaborare un lutto significhi staccarsi dalla persona scomparsa, recidere il legame per poter “andare avanti”. Questa visione affonda le radici nel pensiero di Freud, secondo cui il lavoro del lutto consisteva nel ritirare gradualmente l’investimento affettivo dalla persona perduta per poterlo reinvestire altrove.
Alla fine degli anni Novanta, un gruppo di ricercatori — Dennis Klass, Phyllis Silverman e Steven Nickman — ha proposto un’alternativa che ha cambiato profondamente il modo in cui la psicologia del lutto viene pensata: la teoria dei continuing bonds, i “legami che continuano” (Klass et al., 1996). Ne ho parlato anche in questo vecchio articolo (clicca qui )
Di cosa si tratta
L’idea centrale è semplice ma rivoluzionaria: il legame con una persona scomparsa non deve necessariamente finire per permettere una guarigione sana — può trasformarsi, e questa trasformazione è spesso essa stessa il segno della guarigione.
Klass arrivò a questa conclusione osservando gruppi di genitori che avevano perso un figlio: continuavano a includerlo nella narrativa familiare, a parlargli internamente, a sentirne la presenza in momenti significativi, senza che questo fosse segno di un’elaborazione mancata — al contrario, sembrava una delle modalità più sane di continuare a vivere con la perdita (Klass, 1999; Klass & Walter, 2001).
I legami continuativi possono assumere forme diverse: il senso di percepire la presenza della persona scomparsa in determinati momenti, la conservazione di oggetti che ne mantengono viva la memoria, la sensazione che continui in qualche modo a influenzare pensieri o scelte, l’integrazione consapevole di alcuni suoi tratti o valori nella propria identità (Klass et al., 1996).
Perché questo cambia la prospettiva clinica
Questo modello ha conseguenze pratiche importanti. Se il “successo” dell’elaborazione del lutto viene misurato in base a quanto una persona riesce a “lasciare andare” chi ha perso, rischiamo di interpretare come patologico qualcosa che è invece adattivo: parlare ancora al proprio genitore scomparso, sentirne la presenza, festeggiare le sue ricorrenze, raccontarlo ai propri figli come una presenza viva nella storia familiare.
Naturalmente, come sottolineano gli stessi teorici, non tutti i legami continuativi sono ugualmente sani: la teoria invita a restare aperti tanto alle conseguenze positive quanto a quelle potenzialmente problematiche di questi legami (Klass et al., 1996). Un legame continuativo diventa motivo di preoccupazione clinica quando impedisce di investire nuovamente in altre relazioni e progetti di vita, o quando si fonda sul diniego della realtà della morte piuttosto che sulla sua integrazione.
La differenza chiave, quindi, non è se il legame continua, ma come continua: se accompagna la persona verso una vita che si riapre al futuro, o se la blocca in una forma di attesa permanente.
Continuing bonds e Disturbo da Lutto Prolungato: non sono in contraddizione
A prima vista, questo modello potrebbe sembrare in tensione con i criteri del Disturbo da Lutto Prolungato, che includono tra i sintomi una “intensa nostalgia” o “preoccupazione” verso il defunto. In realtà i due modelli non sono incompatibili: il DLP non patologizza il fatto di pensare alla persona scomparsa o di sentirne la mancanza — patologizza l’intensità disfunzionale e la compromissione del funzionamento quotidiano che, in una minoranza di casi, accompagnano questi pensieri.
Un genitore che parla al figlio scomparso in un momento di raccoglimento, mantenendo una vita piena e relazioni significative, sta vivendo un legame continuativo sano. Una persona che non riesce più a lavorare, a dormire, a mantenere relazioni, perché interamente assorbita da pensieri ricorrenti sul defunto per più di un anno, può rientrare nei criteri del DLP. Non è il legame in sé il problema: è la sua capacità — o incapacità — di convivere con una vita che continua.
Nel lavoro clinico, anche attraverso l’EMDR, questo significa che l’obiettivo non è mai eliminare il legame con la persona scomparsa, ma liberarlo dalla sofferenza non processata che lo accompagna, permettendogli di assumere una forma che possa coesistere con la vita che continua.
Come l’EMDR può aiutare nell’elaborazione del lutto
Una domanda che mi viene posta spesso, anche da colleghi, è se l’EMDR — nato per il trattamento del trauma — abbia senso anche nel lavoro con il lutto. La risposta, supportata sia dalla clinica che da un crescente corpo di letteratura, è sì — con alcune distinzioni importanti.
Perché il lutto può essere “intrappolato” come un trauma
Quando una perdita è particolarmente dolorosa, improvvisa o carica di elementi traumatici — pensiamo a una morte violenta, inaspettata, o vissuta in circostanze di forte impotenza — il ricordo della perdita può rimanere “non processato” in modo simile a come accade nei ricordi traumatici. Non si tratta solo del fatto della morte, ma spesso di immagini specifiche: il momento della notizia, l’ultima visita in ospedale, l’immagine del corpo, la telefonata che non si è potuta fare in tempo. Questi frammenti possono restare vividi, intrusivi, capaci di attivare un’intensa risposta emotiva anche dopo molto tempo — proprio come accade nei flashback del disturbo post-traumatico da stress.
Cosa fa, concretamente, l’EMDR
L’EMDR lavora su questi ricordi attraverso la stimolazione bilaterale — tipicamente i movimenti oculari guidati — mentre la persona richiama alla mente in modo controllato gli aspetti più dolorosi e bloccati dell’esperienza. L’obiettivo non è “dimenticare” la persona scomparsa — un obiettivo che sarebbe non solo irrealistico ma clinicamente sbagliato — ma permettere al cervello di completare un processo di elaborazione che si era interrotto, integrando il ricordo in una narrativa meno carica di angoscia acuta e più accessibile emotivamente.
Questo lavoro si può applicare in due situazioni cliniche diverse:
Nel lutto “normale” ma particolarmente doloroso, l’EMDR può aiutare a lavorare sulle emozioni intense e sui ricordi specifici legati alla perdita, accelerando un processo di elaborazione che altrimenti richiederebbe più tempo o rimarrebbe più faticoso.
Nel Disturbo da Lutto Prolungato, dove i sintomi sono persistenti e invalidanti, l’EMDR può essere particolarmente utile nel trattare quei ricordi specifici — spesso legati alle circostanze della morte — che mantengono attiva la sofferenza e ostacolano la naturale riorganizzazione del legame con la persona scomparsa.
Un punto importante: elaborare non significa dimenticare
Una preoccupazione che sento spesso, in studio, è la paura che “lavorare” sul lutto con l’EMDR possa in qualche modo cancellare il legame con la persona amata, o renderlo meno significativo. È l’esatto opposto. L’obiettivo terapeutico non è recidere il legame, ma trasformarlo: dal dolore acuto e disorganizzante che blocca la persona in un momento congelato nel tempo, a un legame che può continuare a esistere — spesso con la stessa intensità affettiva — ma senza la componente di intrappolamento e sofferenza non processata.
Pensarlo in questi termini aiuta molte persone a sentirsi più libere di chiedere questo tipo di supporto, senza il timore di “tradire” la memoria di chi hanno perso.

Domande frequenti sul lutto e la sua elaborazione
Quanto può durare “normalmente” il lutto?
Non esiste una durata standard valida per tutti: dipende dal tipo di legame, dalle circostanze della morte, dalla storia personale e dal contesto culturale. I criteri del Disturbo da Lutto Prolungato fissano una soglia clinica di 12 mesi (6 per bambini e adolescenti) solo come riferimento diagnostico, non come limite “sano” del dolore. Molte persone continuano a sentire la mancanza di chi hanno perso, in forme meno acute, per tutta la vita — e questo non è di per sé un problema.
Come faccio a capire se il mio dolore è “normale” o ha bisogno di un intervento professionale?
Il segnale da osservare non è tanto l’intensità del dolore in sé, quanto la sua capacità di interferire in modo significativo e persistente con il funzionamento quotidiano — lavoro, relazioni, cura di sé — per un periodo prolungato (oltre i 12 mesi per gli adulti). Se noti che la sofferenza non si trasforma nel tempo, se ti senti bloccato in uno stato di shock o di evitamento che non si allenta, può essere utile parlarne con un professionista, indipendentemente dal fatto che si arrivi o no a una diagnosi formale.
Parlare ancora con la persona scomparsa, sentirne la presenza o conservare i suoi oggetti è un segno che non sto elaborando il lutto?
No. Secondo la teoria dei continuing bonds, mantenere un legame attivo con chi è scomparso — parlargli internamente, sentirne la presenza in momenti significativi, conservare oggetti che ne richiamano la memoria — è una delle modalità più comuni e sane di vivere il lutto, non un segno di elaborazione mancata. Diventa un campanello d’allarme solo quando questo legame impedisce di investire in altre relazioni o progetti di vita, o si fonda sul diniego della realtà della perdita.
L’EMDR può essere usato anche se la morte non è avvenuta in circostanze traumatiche?
Sì. Anche in un lutto “naturale”, possono esserci immagini, momenti o ricordi specifici legati alla perdita che restano particolarmente dolorosi o intrusivi — per esempio l’ultima conversazione, un momento di impotenza, un dettaglio rimasto vivido. L’EMDR può lavorare su questi elementi specifici anche fuori da un quadro di Disturbo da Lutto Prolungato, per facilitarne l’elaborazione.
Fare un lavoro terapeutico sul lutto significa dimenticare la persona scomparsa o sentirla “meno”?
No, ed è una preoccupazione molto comune. L’obiettivo della terapia — sia che si parli di EMDR, sia di altri approcci — non è recidere il legame affettivo, ma liberarlo dalla sofferenza acuta e disorganizzante che a volte lo accompagna. Il legame, l’affetto e il ricordo possono restare intatti, spesso con la stessa intensità, semplicemente senza la componente di intrappolamento che impediva di vivere pienamente il presente.
È vero che la diagnosi di Disturbo da Lutto Prolungato rischia di “patologizzare” un’emozione normale?
È una preoccupazione legittima e dibattuta nella comunità scientifica, ma i criteri diagnostici sono costruiti apposta per riguardare solo una minoranza di casi (circa il 7-10% delle persone in lutto), in cui la sofferenza è clinicamente significativa, sproporzionata e invalidante. Il lutto “normale”, anche intenso e prolungato nel tempo, non rientra in questa diagnosi.
Cosa cambia, in pratica, per chi vive un lutto e per chi lo accompagna
Mettendo insieme questi tre piani — la questione diagnostica, le basi neurobiologiche, il ruolo delle relazioni — cosa resta sul piano pratico?
Per chi sta vivendo un lutto: la durata e l’intensità del dolore non sono, di per sé, un segnale di “qualcosa che non va”. Il dolore profondo, anche prolungato, è una risposta comprensibile alla rottura di un legame significativo. Allo stesso tempo, se questo dolore impedisce di funzionare nella vita quotidiana per un periodo prolungato, non è un segno di debolezza chiedere supporto specializzato — è esattamente quello che la ricerca suggerisce essere utile.
Per chi accompagna una persona in lutto — familiari, amici, ma anche professionisti — il messaggio più importante è forse il più semplice: restare, senza fretta di “risolvere”. Non servono parole perfette. Serve presenza costante, capacità di tollerare il dolore dell’altro senza la necessità di alleviarlo immediatamente o di accelerarne i tempi.
Per chi lavora in ambito clinico, infine, la sfida è muoversi con discernimento tra due rischi opposti: minimizzare una sofferenza che richiederebbe un intervento specifico, oppure patologizzare un processo che, semplicemente, ha bisogno di tempo, di relazioni e di significato per trovare il proprio corso.
Una riflessione finale
Forse la cosa più importante che la ricerca recente ci insegna sul lutto è questa: non esiste un’unica risposta corretta alla domanda “quanto deve durare il dolore”. Esiste, però, una distinzione utile tra il dolore che si trasforma — anche lentamente, anche con ricadute — e il dolore che resta bloccato, incapace di evolvere.
Il compito della scienza non è dirci come dovremmo sentirci dopo una perdita. È aiutarci a riconoscere quando un dolore naturale rischia di diventare una prigione, e offrire strumenti — relazionali, terapeutici, neuroscientifici — per aprirne la porta.
Il lutto, in fondo, non è un problema da risolvere. È una relazione che continua a esistere, in una forma diversa — esattamente come ci insegna la teoria dei continuing bonds. Il nostro compito — come persone, come professionisti — è accompagnare questa trasformazione, senza fretta e senza giudizio.
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Vincenzo Capuano è psicologo e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale a Salerno, specializzato in terapia EMDR e Compassion Focused Therapy. vincenzocapuano.net




