Correlazione tra violenza di genere, trauma intergenerazionale e attaccamento

Indice

Quando la violenza non finisce con un singolo atto, ma attraversa le generazioni

Quando la violenza entra nella casa e nei legami

La violenza, in tutte le sue forme, entra spesso nelle vite delle persone in modo silenzioso, confuso, progressivo. Non riguarda solo ciò che accade tra due individui: ha un impatto sui legami, sulle famiglie, sui corpi, sulle storie e sulle generazioni. Negli anni, in terapia, ho incontrato donne, uomini e giovani adulti che portavano con sé una frase ricorrente — ognuno detta in modi diversi, ma con la stessa ferita al centro:

“Quello che ho vissuto non ha colpito solo me… ha cambiato il modo in cui vivo, mi relaziono con gli altri, cresco i miei figli.”

Dietro ogni frase simile non c’è solo un episodio di violenza, ma un’eredità di emozioni, dinamiche relazionali, silenzi, paure normalizzate nel tempo. E ci sono anche le conseguenze: sul senso di valore personale, sulla fiducia negli altri, sul corpo che resta in allerta. Spesso sui figli che assorbono l’atmosfera emotiva della casa, anche quando non assistono direttamente agli eventi. Parlare di violenza significa parlare di dati, sì — ma significa soprattutto parlare di legami feriti, di identità incrinate, di generazioni che cercano di capire come non ripetere ciò che hanno visto o subito.Dietro questa frase ci sono dati, storie, corpi e relazioni.

Le ricerche più recenti, ci dicono che quasi una donna su tre nel mondo subisce violenza fisica e/o sessuale nel corso della vita. E solo nel 2023 si stima che almeno 51.100 donne siano state uccise da partner o familiari: circa una ogni 10 minuti.

La violenza di genere non è quindi un “problema privato” di coppia, ma una vera emergenza globale, sanitaria e relazionale.

In questo articolo proverò a tenere insieme tre livelli:

  • la violenza di genere, come fenomeno concreto e attuale;
  • il trauma intergenerazionale, cioè come ciò che accade oggi può condizionare la salute mentale di figli e nipoti;
  • il ruolo dell’attaccamento, cioè di quei legami profondi che dovrebbero proteggerci e che, in contesti di violenza, vengono feriti nel punto più sensibile.

L’obiettivo non è solo informare, ma offrire chiavi di lettura psicologiche e strumenti pratici per chi, in prima persona o come familiare, vive o ha vissuto dinamiche di violenza.

Violenza di genere: non solo un fatto di cronaca

Dati essenziali per capire la portata del problema

Le statistiche istituzionali più aggiornate parlano chiaro:

  • quasi 1 donna su 3 nel mondo ha subito violenza fisica e/o sessuale nel corso della vita;
  • solo negli ultimi 12 mesi, centinaia di milioni di donne hanno vissuto violenza da parte di un partner;
  • nel 2023 si stima almeno 51.100 femminicidi da parte di partner o familiari (circa una donna ogni 10 minuti).

Questi tassi variano geograficamente:

  • in Europa e Nord America la prevalenza annuale di violenza da partner è stimata intorno al 5% (i livelli più bassi, ma comunque significativi);
  • in Asia meridionale siamo intorno al 18–19%;
  • in Africa sub-sahariana i dati si aggirano attorno al 17%;
  • in Nord Africa e Medio Oriente la prevalenza annua stimata è circa 14%;
  • in alcune aree particolarmente fragili (es. Oceania esclusa Australia/Nuova Zelanda) le stime arrivano fino al 38% in un solo anno.

A questi numeri va aggiunto un elemento fondamentale: la sottostima. Molte donne non denunciano per paura, dipendenza economica, stigma, sfiducia nelle istituzioni o perché la violenza è stata normalizzata (“sono cose di famiglia”).

Violenza visibile e violenza invisibile

Quando parliamo di violenza di genere, spesso pensiamo solo a schiaffi, pugni, aggressioni fisiche. In realtà, in terapia vedo spesso forme di violenza molto più silenziose, ma profondamente traumatiche:

  • violenza psicologica (umiliazioni, denigrazioni, minacce, gaslighting);
  • violenza economica (controllo del denaro, impedire all’altra persona di lavorare);
  • violenza sessuale (rapporti forzati, ricatti, mancanza di consenso reale);
  • violenza digitale (controllo del telefono, localizzazioni, revenge porn);
  • violenza stalking (controllo, inseguimenti, pressioni continue dopo la fine della relazione).

Ognuna di queste forme di violenza ha un impatto sul sistema nervoso, sulla memoria, sulla capacità di fidarsi e di percepire il proprio valore.

Perché accade davvero: attaccamento, trauma e sistemi motivazionali

Per capire la correlazione tra violenza di genere, trauma intergenerazionale e attaccamento, dobbiamo fare un passo dentro i modelli teorici che usiamo in psicologia, e anche a quelli che mi sono più cari

La teoria dell’attaccamento: quando chi dovrebbe proteggerci fa paura

Secondo John Bowlby, l’attaccamento è il legame emotivo profondo che si costruisce tra il bambino e le sue figure di cura. Da queste prime relazioni il cervello impara alcune regole fondamentali:

  • “Quando ho paura, qualcuno c’è per me?”
  • “I miei bisogni contano?”
  • “Posso fidarmi degli altri o è meglio cavarmela da solo?”

Quando il bambino cresce in un ambiente relativamente sicuro, con adulti sufficientemente presenti e coerenti, è più probabile che sviluppi un attaccamento sicuro.

Ma se l’ambiente è caratterizzato da violenza, imprevedibilità, umiliazione o paura, il sistema di attaccamento può diventare insicuro (ansioso, evitante) o disorganizzato (quando la figura di riferimento è contemporaneamente e nello stesso momento fonte di protezione e di pericolo).

In pratica, il corpo e la mente imparano che:

  • l’amore può far male;
  • la vicinanza può essere pericolosa;
  • per non soffrire bisogna controllare l’altro o chiudersi completamente.

Neuroscienze del trauma: cosa succede nel cervello

Le neuroscienze del trauma (van der Kolk, 2014; Porges, 2011) ci aiutano a capire cosa accade nel cervello in condizioni di violenza ripetuta. Quando una persona vive minacce frequenti o croniche:

  • il sistema di allerta (amigdala) diventa iperattivo;
  • le aree del cervello deputate alla riflessione e alla regolazione (corteccia prefrontale) faticano a “frenare” l’allarme;
  • il corpo entra facilmente in modalità attacco–fuga o congelamento (freeze).

La Teoria Polivagale di Stephen Porges, sebbene oggi sia un pò messa in discussione, ci mostra come il sistema nervoso autonomo possa oscillare tra diversi stati:

  • coinvolgimento sociale (quando ci sentiamo al sicuro);
  • attacco–fuga (quando percepiamo pericolo);
  • collasso/disconnessione (quando percepiamo un pericolo inevitabile e il sistema “spegne” per sopravvivere).

Nelle storie di violenza di genere, quello che osservo sono corpi che hanno imparato a stare quasi sempre tra allerta e collasso con grandissime difficoltà a rilassarsi, presenza di insonnia, sintomi fisici diffusi, sensazione di “non essere più la stessa persona di prima”.

EMDR e memoria traumatica nella violenza secondo il modello AIP

L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) nasce dal lavoro di Francine Shapiro (2001) ed è fondato sul modello AIP – Adaptive Information Processing, secondo cui il nostro sistema nervoso è biologicamente predisposto a elaborare le esperienze in modo adattivo. Tuttavia, quando un evento è troppo intenso, improvviso, prolungato o avviene in una condizione di impotenza, l’elaborazione può “bloccarsi”.

Secondo Shapiro (2001), il trauma non è definito solo dalla gravità dell’evento, ma dal modo in cui l’informazione viene immagazzinata nel sistema nervoso. Quando l’elaborazione si interrompe, il ricordo traumatico rimane in uno stato disfunzionale: non integrato, congelato nel tempo, carico delle stesse emozioni, sensazioni fisiche e convinzioni negative vissute allora.

In casi di violenza di genere, questo significa che elementi minimi del presente — un tono di voce, un rumore improvviso, un odore — possono riattivare nel corpo la stessa risposta di terrore vissuta in passato. Questo accade perché, come descritto da van der Kolk (2014), la memoria traumatica non è una narrazione coerente, ma un insieme di frammenti sensoriali, emotivi e somatici che il cervello non riesce a organizzare.

Il modello AIP spiega che:

  • le reti mnestiche traumatiche restano “isolate” e iper-attivate;
  • le risposte di sopravvivenza (attacco, fuga, freezing) si riattivano come se il pericolo fosse attuale;
  • le convinzioni negative apprese durante la violenza (“sono impotente”, “non valgo niente”, “è colpa mia”) restano dominanti.

Sistemi motivazionali e sviluppi traumatici (Liotti)

Per comprendere realmente gli effetti della violenza sul funzionamento interno, è fondamentale integrare il modello dei sistemi motivazionali interpersonali proposto da Giovanni Liotti (2011; 2017).

Secondo Liotti (2011), la nostra mente è organizzata attorno a sistemi motivazionali evolutivamente determinati, come:

  • Attaccamento (cercare protezione);
  • Accudimento (offrire cura);
  • Cooperazione;
  • Competizione/rango;
  • Sessualità.

La violenza di genere rappresenta spesso una rottura traumatica di questi sistemi. In particolare:

  • l’attaccamento viene confuso: la figura che dovrebbe proteggere diventa pericolosa;
  • il sistema di rango viene distorto: l’abusante esercita dominanza, umiliazione, controllo;
  • il sistema di accudimento interno si inibisce: la vittima non riesce più a provare cura per sé.

Liotti parla di “sviluppi traumatici”, cioè situazioni in cui il trauma non è un singolo evento, ma una condizione relazionale continuativa (come accade nelle relazioni di violenza). Questo tipo di trauma può generare divisioni dissociative, confusione identitaria, senso di indegnità e difficoltà nel riconoscere la pericolosità dell’altro. Allo stesso tempo, secondo Liotti (2017), la disorganizzazione dell’attaccamento produce contrasti interni, come desiderio di vicinanza unito a paura dell’altro, o sentimenti di colpa patologica che mantengono la vittima legata all’abusante.

Trauma intergenerazionale: quando il dolore passa ai figli

Il trauma intergenerazionale è una delle dimensioni meno visibili e più dolorose della violenza. Molte donne — e sempre più spesso anche uomini che hanno assistito alla violenza da bambini — portano dentro una paura silenziosa: che ciò che è accaduto possa aver segnato per sempre i loro figli.

In studio, capita che una madre mi dica:

“So che non è colpa mia se lui è violento… ma temo che i miei figli un giorno mi diranno: non hai fatto abbastanza per proteggerci.”

Questa paura è comprensibile: quando si vive per anni in un ambiente di tensione, rabbia o terrore, è difficile credere che i bambini possano davvero riprendersi.

La ricerca degli ultimi anni, però, ci offre un quadro più sfumato e più veritiero. Da un lato, gli studi mostrano che la violenza di genere può avere effetti intergenerazionali: difficoltà emotive, problemi di regolazione, ipervigilanza, ansia, tendenza a ripetere modelli relazionali disfunzionali (Yoshida et al., 2024; Lünnemann et al., 2023). È il lato duro della scienza, quello che ci invita a non minimizzare e ad agire.

Ma c’è un altro lato, altrettanto importante: quello della possibilità di riparazione. Numerose ricerche indicano che, quando un genitore intraprende un percorso di cura, elabora il trauma, costruisce una maggiore sicurezza emotiva e offre un ambiente più prevedibile e caldo, i figli possono recuperare in modo significativo (Leen-Feldner et al., 2023; Narayan et al., 2022).

Il trauma non è una condanna ereditaria: è una vulnerabilità che può essere trasformata. E quando un adulto comincia a lavorare sulle proprie ferite, non sta solo guarendo per sé: sta interrompendo una catena che altrimenti rischierebbe di ripetersi, a volte fino alle successive 3 generazioni.

Come si trasmette il trauma alle generazioni successive

  1. Ambiente emotivo e attaccamento
    Crescere in una casa dove c’è violenza significa vivere in uno stato di allerta quasi costante:
    • i bambini imparano a leggere i minimi segnali di pericolo;
    • sviluppano ansia, difficoltà di regolazione emotiva, problemi di comportamento;
    • possono diventare iper-responsabili o, al contrario, esplosivi.
  2. Funzionamento psicologico del genitore
    Una madre che ha vissuto violenza può essere più ansiosa, depressa, iper-controllante o, a volte, spenta. Non perché non ami i figli, ma perché il trauma le ha “consumato” molte energie.
  3. Livello biologico e di stress cronico
    L’esposizione prolungata a stress e paura influisce sulla regolazione ormonale e sul sistema nervoso dei bambini. Alcune ricerche parlano di possibili modificazioni epigenetiche legate allo stress, che non determinano il destino, ma aumentano la vulnerabilità.

Il ciclo della violenza: non un destino, ma un rischio

Studi longitudinali e meta-analisi mostrano che chi è cresciuto assistendo a violenza domestica ha maggiore probabilità (non certezza) di:

  • diventare vittima di relazioni violente da adulto;
  • o agire comportamenti violenti verso il partner.

Questo accade perché la mente apprende implicitamente che:

  • l’amore può includere controllo, umiliazione e paura;
  • la gestione dei conflitti passa attraverso l’aggressività o il ritiro;
  • “essere forte” significa non chiedere aiuto e non mostrare fragilità.

Allo stesso tempo, gli studi evidenziano che molti figli e figlie riescono a spezzare il ciclo, soprattutto quando incontrano sul loro cammino:

  • adulti sicuri (insegnanti, terapeuti, parenti, educatori);
  • contesti protettivi (gruppi, associazioni, percorsi di cura);
  • opportunità di dare un significato diverso a ciò che è accaduto.

Cosa succede nella mente e nel corpo: tra ruminazione, trigger e dissociazione

Le conseguenze della violenza non sono solo “ricordi tristi”.

In terapia, con le sopravvissute a violenza di genere, incontro spesso alcuni pattern ricorrenti:

  • Ruminazione mentale: pensieri che girano in tondo (“Se quella volta avessi reagito diversamente…”, “È colpa mia, dovevo accorgermene prima”);
  • Trigger: piccole cose del presente (un rumore, un tono di voce, un odore, un messaggio sul telefono) che riattivano reazioni emotive intense, sproporzionate rispetto alla situazione attuale;
  • Ipervigilanza: controllo costante dell’ambiente, fatica a rilassarsi, bisogno di previsione totale;
  • Difficoltà nella sessualità e nell’intimità;
  • Dissociazione: momenti in cui la persona si sente come “staccata” dal corpo, come se stesse guardando la scena dall’esterno.

Tutto questo non indica fragilità caratteriale, ma un sistema nervoso che ha imparato a sopravvivere in condizioni estreme.

Errori e miti da sfatare

“Se non se ne va, vuol dire che in fondo le sta bene”

Questo è uno dei miti più crudeli. Restare in una relazione violenta può essere legato a:

  • paura di ritorsioni;
  • dipendenza economica;
  • isolamento sociale;
  • minacce dirette su figli e familiari;
  • storia di attaccamento che ha insegnato che “non merito di meglio”.

“Una volta finita la relazione, il problema è risolto”

La fine della relazione violenta è un passaggio fondamentale, ma non basta. Spesso è proprio dopo l’uscita che:

  • emergono i sintomi post-traumatici;
  • si attivano sensi di colpa e vergogna;
  • si fa strada la paura che i figli siano stati danneggiati per sempre.

“I bambini sono piccoli, non capiscono”

I bambini non sempre hanno le parole, ma sentono tutto nel corpo. Anche quando non vedono direttamente le aggressioni, percepiscono tensione, paura, silenzi carichi, pianti trattenuti. Dire che “non capiscono” è un modo, spesso, per cercare di proteggerci dal dolore.

Come affrontare e guarire davvero

1. Stabilizzazione emotiva: prima sicurezza, poi elaborazione

Nell’approccio trauma-informed lavoriamo sempre con una sequenza fondamentale:

  1. Sicurezza (fisica, emotiva, relazionale);
  2. Stabilizzazione (regolazione emotiva, grounding);
  3. Elaborazione (lavoro sul trauma, es. EMDR);
  4. Integrazione (costruzione di nuovi significati e nuove relazioni).

Prima di affrontare i ricordi più dolorosi, è essenziale che la persona abbia strumenti per:

  • tornare al presente quando viene travolta dai flashback;
  • calmare il corpo (respiro, postura, radicamento);
  • riconoscere i segnali di allerta e sapere cosa fare.

Esempi di tecniche di stabilizzazione:

  • esercizi di grounding sensoriale (notare 5 cose che vedo, 4 che sento, 3 che posso toccare…);
  • respirazione diaframmatica lenta e consapevole;
  • costruzione di un “luogo sicuro” immaginario (usato spesso in EMDR);
  • micro-pratiche di mindfulness orientate alla sicurezza, non alla performance.

Tra le risorse gratuite, nella sezione Risorse Gratuite trovi materiali per la gestione dell’ansia e della regolazione emotiva che possono essere un primo supporto.

2. Lavoro cognitivo: ristrutturare colpa, vergogna e credenze apprese

Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, la violenza di genere lascia spesso una scia di pensieri dolorosi:

  • “È colpa mia se è successo”;
  • “Nessuno vorrà mai una come me”;
  • “Se ho sopportato così tanto, forse valgo poco”;
  • “Se lui cambia, allora forse non era così grave”.

La ristrutturazione cognitiva aiuta a:

  • riconoscere i pensieri automatici legati alla colpa e alla vergogna;
  • verificare le prove a favore e contro;
  • costruire interpretazioni più realistiche e compassionevoli:
    • “Ho fatto il meglio che potevo con le risorse che avevo”;
    • “La responsabilità della violenza è di chi la agisce”;
    • “Posso imparare a proteggermi di più adesso”.

Per approfondire alcuni temi legati all’impatto dei contesti familiari sulla salute mentale, può esserti utile leggere gli articoli del blog su ipercontrollo materno e depressione e su crescere con un genitore depresso.

3. Lavoro sul corpo: dal “sopravvivere” al poter abitare di nuovo se stessi

Il trauma non è solo una storia che raccontiamo: è una memoria che il corpo conserva.

Per questo è importante affiancare al lavoro cognitivo anche pratiche orientate al corpo:

  • consapevolezza delle sensazioni corporee (senza giudizio);
  • movimenti lenti e intenzionali, stretching, yoga trauma-informed;
  • esercizi che lavorano sulla postura di protezione e sulla postura di apertura (quando è il momento giusto);
  • pratiche di auto-contatto gentile (mettere una mano sul petto, percepire il respiro, inviarsi un messaggio di cura).

Come ci ricorda van der Kolk, “il corpo accusa il colpo” ma può anche diventare luogo di guarigione, se aiutato a sperimentare sicurezza e presenza.

4. Relazione e attaccamento: riparare i legami

Un passaggio fondamentale è lavorare sui legami di attaccamento:

  • come scelgo i partner?
  • cosa mi aspetto dall’amore?
  • quali segnali ignoro perché li ho normalizzati nella mia storia?

In terapia, spesso, accompagno le persone a riconoscere i propri schemi relazionali:

  • chi tende a legarsi a partner ipercontrollanti perché confonde il controllo con la cura;
  • chi accetta umiliazioni perché ha imparato che “per non essere abbandonata devo sopportare tutto”;
  • chi si chiude completamente perché l’intimità è associata al pericolo.

Nella prospettiva dell’attaccamento, il terapeuta diventa una sorta di base sicura alternativa: un luogo in cui la persona può sperimentare una relazione diversa, fatta di rispetto, confini chiari, ascolto, affidabilità.

Questo è particolarmente importante per i genitori che temono di aver “danneggiato” i figli: lavorare sul proprio attaccamento e sul proprio trauma è uno degli atti più potenti di protezione intergenerazionale.

5. Approccio EMDR: rielaborare le memorie traumatiche

Quando la persona è sufficientemente stabilizzata, l’EMDR permette di:

  • lavorare su episodi specifici di violenza (fisica, psicologica, sessuale);
  • ridurre l’intensità emotiva dei ricordi;
  • trasformare convinzioni negative profonde (es. “sono sbagliata”, “non valgo niente”) in convinzioni più sane e realistiche;
  • affrontare anche i trigger che ostacolano la vita quotidiana (paura di uscire, di fidarsi, di addormentarsi, di iniziare una nuova relazione).

Nel mio lavoro come EMDR Practitioner, vedo spesso un passaggio chiave: quando il ricordo traumatico perde la sua carica devastante, la persona riesce finalmente a vedere la propria storia con occhi più compassionevoli.

Strumenti pratici per chi sta vivendo o ha vissuto violenza

Di seguito alcuni strumenti che possono essere utili. Non sostituiscono una terapia, ma possono rappresentare primi passi.

1. Nominare ciò che sta accadendo

  • Scrivi, se puoi, ciò che accade nelle tue relazioni, provando a distinguere discussione da violenza (fisica, psicologica, sessuale, economica).
  • Confronta ciò che vivi con linee guida e materiali informativi (centri antiviolenza, siti affidabili).

2. Raccontarlo a qualcuno di affidabile

  • Una persona di fiducia, un medico, uno psicologo, un centro antiviolenza.
  • Anche un primo racconto, in forma anonima, può aiutare a rompere l’isolamento.

3. Lavorare sul corpo

  • Pratica ogni giorno, per pochi minuti, un esercizio di respiro lento.
  • Sperimenta piccoli gesti di auto-cura (una doccia consapevole, una passeggiata, un contatto gentile con il corpo).

4. Coltivare uno sguardo più compassionevole verso di te

Prova a scrivere:

  • Che cosa diresti a un’amica nella tua stessa situazione?
  • Quale tono useresti con lei?

E poi prova, gradualmente, ad usare quel tono anche con te stessa.

5. Cercare supporto professionale

Se riconosci che la violenza ha lasciato segni profondi (incubi, flashback, ansia, difficoltà a fidarti di chi ti sta vicino), un percorso psicoterapeutico trauma-informed (CBT, EMDR, CFT, approcci basati sull’attaccamento) possono fare la differenza.

Nel mio sito trovi una panoramica sui temi trattati nel blog e una sezione di risorse gratuite che possono essere un primo punto di contatto.

Guarire oggi per proteggere il domani

La violenza di genere non riguarda solo ciò che è successo ieri. Riguarda anche il modo in cui oggi possiamo prenderci cura delle ferite, per evitare che diventino l’unico linguaggio emotivo a disposizione delle generazioni future. E questo non vale soltanto nelle situazioni più estreme: vale per ogni donna e uomo che, dopo la tempesta, prova a ricostruire una forma di sicurezza, di fiducia e di stabilità emotiva.

Se hai vissuto violenza, non sei solo ciò che ti è accaduto. Sei anche ciò che stai facendo adesso per proteggerti, per capirti, per rimettere insieme i pezzi della tua storia. La ricerca mostra che la capacità di evolvere dopo un trauma esiste davvero: si chiama crescita post-traumatica, ed è quel processo attraverso cui le persone riescono, nel tempo, a dare un significato nuovo alle proprie ferite, costruendo relazioni più sane e modi più consapevoli di vivere il presente.

Il trauma può attraversare le generazioni, è vero. Ma anche la cura, la presenza, la compassione possono farlo. Anzi: la cura ha un impatto intergenerazionale tanto quanto il dolore. Quando un genitore impara a riconoscere le proprie reazioni, a regolare le emozioni e a chiedere aiuto, sta già modificando il campo emotivo in cui i figli crescono. Non è mai “troppo tardi”: perché i bambini — e gli adulti — rispondono in modo sorprendentemente potente a un ambiente più sicuro e prevedibile.

Ogni volta che una persona chiede aiuto, impara a riconoscere i propri confini, sceglie una relazione più sana, porta in terapia la propria storia, sta facendo un gesto profondamente intergenerazionale. Sta dicendo, senza pronunciarlo: “Io scelgo di non passare il mio dolore a chi verrà dopo di me.”, sto scegliendo di lasciare in eredità un gesto di cura.

“Non posso cambiare ciò che è stato, ma posso scegliere come prendermene cura oggi. E questa scelta cambia il domani.””

Domande frequenti (FAQ) sulla violenza di genere, il trauma e l’attaccamento

1. Se i miei figli hanno visto violenza, sono danneggiati per sempre?

No, non in modo inevitabile. È vero che l’esposizione a violenza aumenta il rischio di difficoltà emotive e relazionali, ma i bambini hanno una grande capacità di riparazione, soprattutto se:

  • vengono inseriti in contesti più sicuri;
  • hanno almeno un adulto affidabile e presente;
  • possono esprimere le loro emozioni senza essere colpevolizzati.

Un percorso di sostegno psicologico può aiutare sia i genitori sia i figli a dare un nuovo significato a quanto accaduto.

2. Perché faccio fatica a lasciare una relazione violenta?

Perché non è solo una questione di volontà. Entrano in gioco:

  • paure concrete (economiche, di ritorsione);
  • storia di attaccamento (come hai imparato a vivere l’amore da piccola/o);
  • senso di colpa e vergogna;
  • isolamento sociale.

Riconoscere queste dinamiche è già un passo importante. Non devi farlo da sola: puoi rivolgerti a centri antiviolenza, professionisti e servizi sul territorio.

3. Come faccio a capire se ciò che vivo è violenza psicologica?

Alcuni segnali comuni:

  • ti senti costantemente svalutata, umiliata o ridicolizzata;
  • ti viene fatto credere che “sei pazza/esagerata/sensibile” quando esprimi dolore;
  • l’altra persona controlla i tuoi spostamenti, il telefono, le amicizie;
  • ti senti in colpa ogni volta che provi a mettere un confine.

Se ti riconosci in questi punti, può essere utile parlarne con uno psicologo o con un centro specializzato.

4. L’EMDR è indicato per chi ha subito violenza di genere?

Sì, l’EMDR è uno degli approcci maggiormente studiati per il trattamento del trauma. In un percorso ben strutturato, dopo una fase di stabilizzazione, può aiutare a:

  • ridurre i flashback e gli incubi;
  • diminuire la carica emotiva dei ricordi traumatici;
  • cambiare credenze profonde su di sé (es. “sono sbagliata”, “non valgo niente”).

È importante che il percorso sia condotto da un professionista formato e che ci sia sempre attenzione al ritmo e al senso di sicurezza della persona.

5. Posso fare qualcosa da subito per proteggere i miei figli, anche se non posso ancora uscire dalla relazione?

In alcuni contesti uscire subito non è possibile o non è ancora sicuro. In questi casi, alcuni passi possono essere:

  • creare piccoli spazi di sicurezza emotiva con i figli (gioco, momenti di tenerezza, routine);
  • non colpevolizzarli né usarli come confidenti adulti;
  • provare a chiedere supporto esterno (insegnanti, pediatra, psicologo);
  • informarsi sui servizi disponibili, anche solo per avere un piano pronto quando sarà il momento.

Da dove iniziare

Se ti sei riconosciuta/o in alcune parti di questo articolo, può essere difficile restare sola/o con queste riflessioni.

Puoi:

  • esplorare altri contenuti sul blog, dove trovi articoli legati a trauma, attaccamento, ansia, genitorialità;
  • scaricare le risorse gratuite (guide, schede, materiali psicoeducativi);
  • iscriverti alla newsletter dal sito per ricevere contenuti periodici su consapevolezza, trauma e benessere psicologico;
  • se senti che è il momento, valutare un percorso terapeutico: nella sezione contatti del sito trovi le informazioni per richiedere un appuntamento.

La missione del mio lavoro è restituire alla psicologia la sua dimensione umana, accessibile e compassionevole, aiutandoti a integrare mente, corpo e relazioni nel tuo processo di guarigione.

Se questo articolo ha risuonato con la tua esperienza, il prossimo passo non deve essere perfetto. Deve solo essere un passo diretto verso la cura di te.

Riferimenti bibliografici

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Vincenzo Capuano Profilo articoli
Dr. Vincenzo Capuano

Sono uno psicologo di Salerno nato e cresciuto in Campania. 

Ho completato nel 2011 i miei studi in Psicologia dei Processi Cognitivi presso la “Seconda Università di Napoli” a Caserta e nella stessa università nel 2016 il dottorato di ricerca in “Scienze della mente”. 

Attualmente psicoterapeuta cognitivo-comportamentale per i disordini dell’età evolutiva e dell’adulto e terapeuta EMDR Practitioner.

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