La fiaba
C’era una volta una bambina che viveva in un villaggio molto rumoroso. Le voci degli adulti erano spesso alte, colme di rimproveri, di richieste e di discussioni.
All’inizio provava a parlare, a spiegare, a chiedere aiuto. Ma la sua voce si perdeva, come una goccia d’acqua in mezzo al mare, come un filo d’erba in un prato. Quelle voci, quel rumore, provocavano dentro di lei un forte dolore al quale non riusciva dare forma.
Così, un po’ alla volta, la bambina smise di ascoltare. Scoprì che se chiudeva le sue orecchie interiori, il rumore faceva meno male. Era come se si rifugiasse dietro un vetro invisibile: vedeva il mondo, ma non lo sentiva davvero.
Il tempo passava, e tutti la credevano tranquilla e silenziosa. Nessuno immaginava che, in realtà, dentro di lei si era acceso un interruttore chiamato “non sentire più”.
Un giorno, lungo la strada polverosa del villaggio, incontrò una viandante. Aveva i capelli argentati, un mantello che profumava di legna e vento e uno sguardo fiero e calmo capace di ispirare saggezza. Non parlò subito alla bambina: si chinò, guardandola negli occhi, come se stesse davvero vedendo lei e non solo il suo silenzio.
La viandante le disse:
— Piccola, tu non hai smesso di sentire. Ti sei protetta. Ma dentro di te c’è ancora una voce che aspetta di essere ascoltata e tornare al mondo.
La bambina abbassò lo sguardo, quasi incredula. Nessuno le aveva mai detto che quel silenzio non era una colpa, ma una forza. Nessuno le aveva mai parlato così.
La viandante le prese le mani e gliele appoggiò sul petto:
— Ascolta qui. C’è un battito che non ha mai smesso di parlarti. Ogni respiro è un filo che ti riporta a casa. Quando avrai paura, segui quel filo. Non ti perderai.
In quel momento, la bambina sentì qualcosa di nuovo: un calore, un suono leggero, come il ritmo di un tamburo lontano. Era il suo cuore. Non era sparito: aveva solo atteso che qualcuno le insegnasse come ritrovarlo.

Da quel giorno, la bambina continuò a percorrere la strada del villaggio con un segreto nel cuore: non era più prigioniera del silenzio, ma custode di un filo invisibile che la teneva al mondo. Non sempre era facile. A volte il rumore tornava forte e lei sentiva la tentazione di richiudersi dietro quel vetro che aveva portato con sè per tutto quel tempo e che la separava da tutto. Ma adesso sapeva che non era sola: dentro di sé c’era un battito che poteva guidarla, e fuori di sé, qualcuno disposto ad ascoltarla.
Ogni volta che appoggiava la mano sul petto e respirava piano, la bambina ricordava che il silenzio che l’aveva protetta non era più una gabbia, ma una porta: un passaggio che conduceva al suo cuore.
E così imparò che la dissociazione non era stata la fine della sua voce, ma l’inizio della sua storia di resilienza.
La sua voce non era scomparsa: aveva soltanto atteso di essere ritrovata.
Passo dopo passo, quella bambina divenne grande. Non una bambina che non sentiva più, ma una donna capace di ascoltarsi, di parlare e di vivere con il cuore aperto a sè e a chi sapeva ascoltarla.
Cosa rappresenta questa fiaba: la dissociazione
La storia della bambina è una metafora della dissociazione, un meccanismo che la mente mette in atto quando l’esperienza emotiva diventa troppo dolorosa o ingestibile.
- Che cos’è? La dissociazione è una forma di disconnessione: dal corpo, dalle emozioni, dai ricordi o dall’ambiente circostante.
- Perché avviene? È una risposta di protezione: serve a “sopravvivere” in contesti traumatici o altamente stressanti, quando non si riesce a reggere l’impatto dell’esperienza.
- Come si manifesta? Alcune persone descrivono il sentirsi come “fuori dal corpo”, altre come se vivessero dietro un vetro, altre ancora con vuoti di memoria o un senso di estraneità da sé e dal mondo.
Nell’infanzia, la dissociazione è particolarmente frequente quando il bambino non trova figure di accoglienza o protezione. Diventa allora un modo per sopravvivere al troppo dolore.

Cosa possiamo imparare
Questa fiaba insegna che la dissociazione non è in nessun modo una debolezza, ma una strategia di sopravvivenza. Ha permesso alla bambina di proteggersi da un mondo troppo rumoroso, troppo violento, troppo sordo.
Il problema nasce quando questa strategia, utile in passato, continua a funzionare anche quando non serve più, impedendo il contatto con sé stessi e con gli altri.
Il ruolo della viandante, se vogliamo, può rappresentare quello della relazione terapeutica: una presenza capace di vedere oltre la corazza e di restituire al paziente la possibilità di ascoltarsi. Attraverso la terapia (come l’EMDR, le tecniche di grounding, la mindfulness, la compassion focused therapy), la persona può imparare a ricollegarsi al corpo e alle emozioni in modo sicuro.
La morale: dissociarsi significa proteggersi da un evento, una situazione minacciosa. Ritrovarsi significa elaborare ed imparare a vivere in un modo nuovo e consapevole.




