Perché la self-compassion si impara meglio in gruppo

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Molte persone arrivano in terapia con una consapevolezza chiara: sanno di essere empatiche, presenti e comprensive con gli altri… ma non capiscono perchè questa cosa non funzioni con loro stesse. Spesso raccontano di riuscire a trovare parole giuste, toni gentili e sguardo accogliente quando qualcuno soffre, ma di perdere completamente bussola e risorse quando la sofferenza riguarda loro.

È come se per un attimo esistessero due linguaggi diversi: uno caldo, accogliente e umano rivolto agli altri, e uno duro, critico e spesso spietato rivolto verso di sé. Un linguaggio che consola fuori… e uno che ferisce dentro. E a partire da questa riflessione che nasce una domanda molto semplice, ma profondamente clinica:

Perché è così difficile trattarsi con gentilezza quando si tratta di noi?

Nel lavoro terapeutico vedo spesso che la risposta non è solo cognitiva. Non basta “capire” la self-compassion. Molte persone sanno perfettamente cosa significhi essere più gentili con sé stesse, ma quando provano a farlo… qualcosa dentro si blocca. È come se il corpo e la mente non riconoscessero quella modalità come sicura o familiare. La self-compassion è qualcosa che si apprende a livello esperienziale, corporeo e relazionale.

Quindi non è solo un’idea: è un’esperienza che deve essere sentita, vissuta, ripetuta. Ed è proprio qui che il gruppo diventa uno strumento potentissimo. Perché il gruppo crea quel contesto in cui la gentilezza non è solo pensata… ma viene sperimentata, osservata e interiorizzata nell’esperienza di condivisione. Allora in questo articolo voglio provare a spiegarvi non solo cosa sia la self-compassion, ma anche mostrarvi l’immenso potere che ha lo sperimentarla in gruppo.

Cos’è davvero la self-compassion

Secondo Kristin Neff, la self-compassion si basa su tre elementi fondamentali:

  • gentilezza verso sé stessi (self-kindness), cioè la capacità di rivolgersi a sé con cura e comprensione invece che con durezza e giudizio
  • umanità condivisa (common humanity), il riconoscere che sofferenza, errore e imperfezione fanno parte dell’esperienza umana e non sono un fallimento personale
  • consapevolezza non giudicante (mindfulness), ovvero la possibilità di osservare ciò che proviamo senza negarci, ma anche senza esserne travolti

Non è autoindulgenza. Non è debolezza. Non significa “lasciar correre” o evitare le responsabilità. Significa creare uno spazio interno in cui possiamo riconoscere la sofferenza senza aggiungere ulteriore dolore. È una modalità di relazione interna che permette di stare con la sofferenza senza amplificarla attraverso critica, vergogna o isolamento.

Dal punto di vista della Compassion Focused Therapy (Paul Gilbert), la self-compassion è collegata all’attivazione del sistema di regolazione affiliativo: quel sistema che ci permette di sentirci al sicuro, connessi e sostenuti.

Quando questo sistema si attiva, il corpo cambia stato:

  • il respiro rallenta
  • la tensione si riduce
  • il senso di minaccia diminuisce

E questo rende possibile qualcosa di fondamentale:

iniziare a trattarci come tratteremmo qualcuno a cui vogliamo bene.

In questo senso, la self-compassion non è solo un atteggiamento mentale, ma un vero e proprio stato psicofisiologico che si costruisce nel tempo attraverso esperienza, relazione e pratica.

Perché il gruppo facilita l’apprendimento della self-compassion

1. Rompe l’illusione dell’isolamento

Uno dei fattori più potenti della sofferenza psicologica è la sensazione di essere soli nelle proprie difficoltà. Quando ci sentiamo soli, la sofferenza tende ad amplificarsi: non è solo il problema in sé a pesare, ma il vissuto di essere gli unici a provarlo, gli unici a non farcela, gli unici “diversi”.

In gruppo accade qualcosa di molto semplice ma profondamente trasformativo:

“Non sono l’unico a sentirmi così.”

Questa esperienza non è solo cognitiva, ma profondamente emotiva e corporea. Riduce la vergogna, abbassa il senso di isolamento e attiva il senso di umanità condivisa, uno dei pilastri della self-compassion. Progressivamente, ciò che prima sembrava un difetto personale inizia a essere riconosciuto come parte dell’esperienza umana.

2. Il sistema nervoso si regola attraverso gli altri

Secondo la teoria polivagale (Stephen Porges), il nostro sistema nervoso si regola attraverso la relazione. Non impariamo la sicurezza da soli: la impariamo attraverso la presenza di altri esseri umani regolati.

Questo significa che il nostro corpo “legge” continuamente segnali di sicurezza o minaccia negli altri.

In gruppo:

  • il tono della voce
  • lo sguardo
  • la postura
  • il ritmo del respiro
  • la qualità della presenza degli altri

sono capaci di attivare circuiti neurofisiologici legati alla sicurezza.

Quando questi segnali sono coerenti e non giudicanti, il sistema nervoso può uscire dallo stato di allerta e accedere a uno stato più regolato. Questo crea le condizioni per sviluppare un atteggiamento più gentile verso sé stessi, perché la mente smette di percepire minaccia interna ed esterna.

3. La compassione si apprende per modellamento

Altra cosa importante, in gruppo osserviamo gli altri mentre si aprono, si raccontano e vengono accolti.

E accade qualcosa di molto potente:

impariamo a trattarci come vediamo trattare gli altri.

Il cervello umano è profondamente sociale e impara per imitazione e rispecchiamento.

Se vedo che un’altra persona viene accolta senza giudizio, sostenuta e rispettata nella sua vulnerabilità, il mio sistema interno inizia lentamente a considerare questa modalità come possibile anche per me.

Diventa più facile iniziare a sospendere il giudizio, ridurre l’autocritica e sperimentare una nuova forma di dialogo interno.

4. L’esperienza emotiva è condivisa e contenuta

La self-compassion ce lo stiamo raccontando, non è solo un pensiero.

È un’esperienza emotiva.

Nel gruppo le emozioni:

  • vengono espresse
  • vengono rispecchiate
  • vengono contenute
  • vengono normalizzate

Questo permette di vivere esperienze correttive profonde, in cui la sofferenza non porta più automaticamente a isolamento o autocritica. Quando un’emozione viene condivisa e accolta, perde parte della sua intensità minacciosa e diventa più tollerabile. In questo senso, il gruppo funziona come un contenitore emotivo che rende possibile stare con ciò che normalmente eviteremmo.

Cosa succede nel cervello quando siamo in gruppo

Le neuroscienze mostrano che la connessione sociale attiva circuiti specifici:

  • rilascio di ossitocina (legata alla sicurezza e al legame)
  • riduzione dell’attività dell’amigdala (minaccia)
  • maggiore attivazione della corteccia prefrontale (regolazione)

A questi si aggiunge una maggiore integrazione tra aree limbiche e corticali, che facilita la regolazione emotiva e la capacità di riflettere sull’esperienza.

Quando siamo in un contesto relazionale sicuro, il cervello diventa più disponibile all’apprendimento.

Le reti neurali diventano più flessibili e aperte al cambiamento.

In altre parole:

impariamo meglio a essere gentili con noi stessi quando ci sentiamo al sicuro con gli altri.

Vergogna e autocritica: il nodo centrale che il gruppo aiuta a sciogliere

Molte difficoltà nella self-compassion hanno radici profonde nella vergogna e nell’autocritica.

La vergogna tende a farci sentire:

  • sbagliati
  • esposti
  • soli

L’autocritica, spesso, nasce come tentativo di proteggerci da errori o rifiuto (“se mi critico io per primo, evito che lo facciano gli altri”). Tuttavia, a lungo termine, mantiene attivo il sistema di minaccia, aumentando stress, ruminazione e senso di inadeguatezza.

Nel gruppo accade qualcosa di diverso.

Quando una persona condivide un’esperienza di vergogna e viene accolta senza giudizio, il sistema nervoso registra una nuova informazione:

posso essere visto… e rimanere al sicuro.

Questa è un’esperienza correttiva potente.

Dal punto di vista della Compassion Focused Therapy (Gilbert), questo passaggio facilita il passaggio da un sistema dominante di minaccia a uno di affiliazione e sicurezza.

Progressivamente:

  • la vergogna si riduce
  • l’autocritica perde intensità
  • emerge una voce interna più comprensiva

In altre parole, il gruppo non elimina la vergogna con spiegazioni, ma la trasforma attraverso esperienze relazionali ripetute di accettazione.

In questo le neuroscienze mostrano che la connessione sociale attiva circuiti specifici:

  • rilascio di ossitocina (legata alla sicurezza e al legame)
  • riduzione dell’attività dell’amigdala (minaccia)
  • maggiore attivazione della corteccia prefrontale (regolazione)

Quando siamo in un contesto relazionale sicuro, il cervello diventa più disponibile all’apprendimento.

In altre parole:

impariamo meglio a essere gentili con noi stessi quando ci sentiamo al sicuro con gli altri.

Micro-esempio clinico

In un gruppo sulla self-compassion, ci fu una partecipante che disse:

“Io non riesco a parlarmi bene. Mi sento ridicola.”

Un’altra persona rispose:

“Io mi parlo come parlerebbe mio padre. E non è gentile.”

In quel momento accadde qualcosa.

Non fu una tecnica. Avvenne un riconoscimento. Entrambe si videro nell’altra. E da lì iniziò un piccolo cambiamento: non più “cosa devo fare per essere gentile con me stessa?” ma “posso iniziare a trattarmi come sto vedendo trattare gli altri qui dentro?”

Strumenti pratici da portare fuori dal gruppo

1. La domanda compassionevole

Chiediti:

“Se una persona a cui voglio bene fosse al mio posto, cosa le direi?”

2. Il tono della voce interna

Nota come ti parli.

Non cambiare subito le parole.

Cambia il tono.

3. Micro-pratica di regolazione

  • inspira lentamente per 4 secondi
  • espira per 6 secondi
  • appoggia una mano sul petto

Questo attiva il sistema di calma.

4. Umanità condivisa

Ricorda:

“Non sono l’unico a sentirmi così.”

Errori comuni da evitare

  • pensare che la self-compassion significhi “lasciar perdere”
  • volerla imparare solo a livello razionale
  • giudicarsi perché non si riesce a essere gentili con sé stessi

Conclusione

La self-compassion non si costruisce contro qualcosa… non nasce combattendo l’autocritica o cercando di eliminare la vergogna. Si costruisce dentro una relazione. Una relazione che, nel tempo, diventa sufficientemente sicura da permettere di abbassare le difese e lasciare emergere parti più vulnerabili di sé. E spesso quella relazione non è solo quella con il terapeuta, è anche quella con un gruppo di pari. Perché nel gruppo accade qualcosa di profondamente trasformativo: la sofferenza smette di essere un’esperienza isolata e diventa condivisa. E quando è condivisa, diventa più tollerabile.
Più umana.
Più trasformabile.

Perché è nel gruppo che impariamo qualcosa di fondamentale:

possiamo essere visti… senza essere giudicati.

E, poco alla volta, questa esperienza esterna diventa una nuova possibilità interna. Imparare la self-compassion da soli è possibile, ma impararla in gruppo è spesso più veloce, più profondo, più umano. Perché la gentilezza verso sé stessi non nasce nel vuoto, nasce nelle relazioni.

All’inizio è qualcosa che riceviamo dall’esterno: uno sguardo, una parola, una presenza che non giudica. Poi diventa qualcosa che iniziamo a concederci. E infine, con il tempo, si trasforma in una voce interna più stabile, più calda, più affidabile. Una voce che non cancella la sofferenza, ma la accompagna.

E forse lo scopo di questo lavoro e di questo training alla compassione, è proprio questo: non smettere di soffrire, ma imparare a non essere soli dentro la propria sofferenza.

FAQ

La self-compassion si può imparare davvero?

Sì. Non è un tratto fisso ma una competenza che può essere allenata nel tempo.

Il gruppo è meglio della terapia individuale?

Non è meglio o peggio: sono complementari. Il gruppo offre una dimensione relazionale unica.

Ho vergogna a parlare in gruppo: è normale?

Sì. Ed è spesso proprio il punto di partenza del lavoro.


Riferimenti scientifici (APA)

Gilbert, P. (2009). The compassionate mind. London: Constable.

Gilbert, P. (2010). Compassion focused therapy: Distinctive features. London: Routledge.

Neff, K. D. (2003). Self-compassion: An alternative conceptualization of a healthy attitude toward oneself. Self and Identity, 2(2), 85–101.

Neff, K. D., & Germer, C. K. (2013). A pilot study and randomized controlled trial of the mindful self‐compassion program. Journal of Clinical Psychology, 69(1), 28–44.

Porges, S. W. (2011). The polyvagal theory: Neurophysiological foundations of emotions, attachment, communication, and self-regulation. New York: Norton.

Rockliff, H., Gilbert, P., McEwan, K., Lightman, S., & Glover, D. (2008). A pilot exploration of heart rate variability and salivary cortisol responses to compassion-focused imagery. Clinical Neuropsychiatry, 5(3), 132–139.

Longe, O., Maratos, F. A., Gilbert, P., Evans, G., Volker, F., Rockliff, H., & Rippon, G. (2010). Having a word with yourself: Neural correlates of self-criticism and self-reassurance. NeuroImage, 49(2), 1849–1856.


Se vuoi iniziare a lavorare sulla self-compassion in modo esperienziale:

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Vincenzo Capuano Profilo articoli
Dr. Vincenzo Capuano

Sono uno psicologo di Salerno nato e cresciuto in Campania. 

Ho completato nel 2011 i miei studi in Psicologia dei Processi Cognitivi presso la “Seconda Università di Napoli” a Caserta e nella stessa università nel 2016 il dottorato di ricerca in “Scienze della mente”. 

Attualmente psicoterapeuta cognitivo-comportamentale per i disordini dell’età evolutiva e dell’adulto e terapeuta EMDR Practitioner.

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