Ti è mai successo?
Ci sono ricordi che non chiedono il permesso per tornare, ma arrivano all’improvviso — in una giornata qualunque, mentre guidi, ascolti una canzone, o guardi qualcuno che ti somiglia com’eri allora. Ed è come se all’improvviso una parte di te rientrasse in quella scena: stessa stretta allo stomaco, stesso nodo alla gola.
Un gesto, una parola, una scelta sbagliata. Magari ti sei sentito tradito, abbandonato, umiliato. O forse non è accaduto nulla di “clamoroso”, eppure quel momento continua a farti male.
È passato tanto tempo, eppure è ancora lì. La mente cerca di convincerti: “è andata così, ormai è il passato”.
Ma il corpo racconta un’altra storia: stringe, trattiene, si accende di allarme. E così ti chiedi:
“Perché non riesco a lasciar andare questo ricordo?” “Perché mi fa ancora così male, se so che non è più reale?”
Queste domande sono più comuni di quanto pensi. E no, non indicano debolezza. Al contrario indicano che una parte di te sta ancora cercando di capire, di dare un senso, di trovare sollievo. In questo articolo voglio aiutarti a esplorare una verità fondamentale: Non è il ricordo il problema. È come ti fa sentire. Ed è proprio lì che può iniziare la guarigione.
Il ricordo non è il problema. Il problema è come ti fa sentire.
Contrariamente a quanto spesso si crede, non è la memoria in sé a ferirci, ma la carica emotiva non elaborata che vi è associata. Quella sensazione di pericolo, impotenza, vergogna o rifiuto che ancora oggi viene riattivata in maniera così forte.
Il cervello, quando vive un’esperienza troppo intensa da elaborare e processare in sicurezza, può “congelarla”, un pò come se quell’emozione rimanesse bloccata nel tempo. Ed è per questo che un episodio accaduto anni fa può ancora farti tremare, piangere, o farti reagire in modo sproporzionato. È come se una parte di te vivesse ancora lì solo che non ricordi il perchè, il quando e il come
Trauma non è ciò che accade. È ciò che resta nel corpo.
Come ci spiega la teoria polivagale (Porges, 2011), le esperienze traumatiche si registrano nel sistema nervoso autonomo, molto più che nella memoria conscia e consapevole. La tua corteccia prefrontale, quindi la parte del nostro cervello più razionale, può sapere che non sei più in pericolo, ma l’amigdala che da un pò di tempo stiamo imparando a conoscere insieme come il nostro sistema di allarme emotivo, non si è ancora aggiornata. Come se fosse rimasta una vecchia versione di un sistema operativo che ha bisogno di aggiornamenti per processare le informazioni richieste dal tempo presente che stiamo vivendo.
Ecco perché, anche se “razionalmente” capisci che dovresti lasciar andare, non ci riesci: il tuo corpo non è ancora convinto che sia al sicuro farlo!
Come l’EMDR può aiutarti
L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è una terapia evidence-based che aiuta il cervello a rielaborare le esperienze traumatiche. Non cancella il ricordo — non sarebbe né utile né realistico — ma ne riduce la carica emotiva.
In pratica:
- Quel ricordo non viene dimenticato,
- Ma non ti fa più male come prima.
- Non ti blocca, non ti condiziona, non ti definisce più.
L’EMDR agisce sul modo in cui il cervello integra l’esperienza, favorendo un aggiornamento emotivo: da “sono in pericolo” a “è finita, ora sono al sicuro”. Se vuoi approfondire di più sull’EMDR clicca qui
Cosa puoi fare ora
Se un ricordo doloroso continua a riemergere e ti fa sentire bloccato, confuso o sopraffatto, la prima cosa che voglio dirti è questa: non è un segno che stai sbagliando qualcosa, ma che dentro di te c’è qualcosa che ti sta chiedendo di essere ascoltata.
Ecco allora ci sono tre azioni concrete che puoi iniziare già da oggi a fare:
1. Annota quando e come si ripresenta il ricordo
Prendere nota può aiutarti a osservare senza giudicare. Ogni volta che il ricordo riemerge, prova a rispondere a queste domande in un quaderno o sul telefono (io per farlo ho creato una chat whatsapp con me stesso, sembra strano ma aumenta la mia capacità di leggere il mio dialogo interiore):
- Quando succede? (in quale momento della giornata, in quali situazioni)
- Cosa lo ha innescato? (una parola, un volto, un tono, un luogo, un odore)
- Cosa senti nel corpo? (tensione alla gola, battito accelerato, senso di chiusura, etc.)
- Qual è l’emozione principale? (tristezza, rabbia, vergogna, paura, etc.)
- Quale pensiero automatico emerge? (“Sono ancora debole”, “Non valgo”, “È colpa mia”, etc.)
Perché è utile? Non per rimanere nel dolore, ma per iniziare a dare un contenitore a qualcosa che fino a oggi ti prendeva alla sprovvista, e anche per tenerne traccia nel tempo.
2. Accogli quello che emerge, anche se scomodo
Molte persone cercano di “scacciare” i ricordi, temendo che affrontarli sia troppo doloroso. Ma il paradosso è che tutti, o almeno in buona parte, degli evitmenti che mettiamo in atto rischiano di mantenerli attivi.
Allora prova questo esercizio, è semplice ma estremamente potente:
Quando arriva il ricordo, chiudi gli occhi e respira profondamente.
Porta l’attenzione al corpo e prova a dire a te stesso, come se parlassi a un bambino spaventato:
“Va bene, ci sei ancora. Ti ascolto. Non sei solo. Possiamo stare insieme un momento. Sei al sicuro adesso”
Qual è l’utilità? Questa è una forma di auto-compassione, ci aiuta a ridurre l’attivazione emotiva e ci permette di aprire lo spazio per la rielaborazione.
3. Dai un nome a quello che vivi
Spesso ciò che ci blocca non è tanto il ricordo in sé, ma la confusione che genera il non sapere cosa ci sta succedendo. Come per le annotazioni di cui ti ho scritto più su, prova a trascrivere e a tenere traccia di una frase come questa:
“Il ricordo che mi torna più spesso è __________. Mi fa sentire __________.
In quei momenti ho bisogno di __________.”
Perché è utile: Dare un nome a un’esperienza la rende meno minacciosa e più gestibile. È il primo passo per ritrovare un senso di controllo interno, calma l’amigdala.
Quando chiedere aiuto
Spesso pensiamo che guarire significhi dimenticare, che lasciar andare un ricordo doloroso voglia dire cancellarlo, rimuoverlo, far finta che non sia mai esistito. Ma la verità è che non possiamo cambiare il passato. Quello che possiamo fare, e che spesso fa la differenza, è trasformare il modo in cui il passato vive dentro di noi. Non per rimuoverlo, ma per dargli un posto nuovo. Un posto che non occupi più tutto lo spazio, che non rubi più il presente, che non condizioni più il nostro futuro.
Come nel titolo di questo articolo, Quel ricordo non è il problema: è come ti fa sentire.
E quando impari ad accogliere ciò che senti, senza giudizio, senza lotta, allora il ricordo può finalmente perdere il suo potere e sistemarsi lungo il continuum della tua vita
Questo è il cuore del lavoro che faccio ogni giorno come terapeuta: aiutare le persone a ricucire la relazione con sé stesse. Non cancellando ciò che è stato, ma guarendo ciò che ancora fa male. Con gli strumenti della psicoterapia, della mindfulness, della self-compassion e dell’EMDR, è possibile dare voce a quella parte di te che è rimasta indietro. E finalmente accompagnarla verso un tempo nuovo.
Nel mio studio accompagno molte persone in questo percorso. Se vuoi iniziare a liberarti dalla presa di ciò che è stato.
Un passo alla volta
Guarire non è un evento. È un processo. A volte lento, spesso non lineare. Ma reale.
Non devi farlo da solo.
Non c’è nulla di “sbagliato” in te se un ricordo ti fa ancora male. Significa solo che hai bisogno di essere visto, ascoltato, accolto.
E questo spazio — il mio studio, questo sito, ogni parola che trovi qui — vuole essere proprio questo: un luogo sicuro in cui cominciare.
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Perché non si tratta solo di dimenticare un ricordo.
Si tratta di ritrovare te stesso/a, più intero/a, più libero/a, più presente.




