E perché una metafora potente può, a volte, raccontarci solo metà della storia
La neuroscienza del trauma ha appena ricevuto una sfida inattesa. Probabilmente hai sentito (o detto) queste parole almeno una volta: “il corpo tiene il conto” o come preferiamo in italiano (io non tanto in realtà) “Il corpo accusa il colpo”. È una frase che molte persone riconoscono subito, perché parla una lingua che ha senso: la tensione nelle spalle, il nodo allo stomaco, le reazioni fisiche che arrivano prima ancora di capire perché. Da quando Bessel van der Kolk ha pubblicato il suo libro nel 2014, questa metafora è diventata uno dei modi più diffusi per spiegare il trauma psicologico — nelle stanze di terapia, nei libri divulgativi, sui social.
Ma a fine aprile 2026, una ricerca pubblicata su Frontiers in Systems Neuroscience ha sfidato questa immagine. Il titolo è volutamente provocatorio: “The body does not keep the score” — Il corpo non tiene il conto. A firmarlo, tra gli altri, c’è Karl Friston, uno dei neuroscienziati computazionali più influenti al mondo.
Vale la pena leggerlo? Sì. Vale la pena prenderlo alla lettera? No — o almeno, non del tutto. Proviamo a capire insieme cosa dice davvero, cosa ci convince e cosa lascia aperto.
La tesi: il trauma è un problema di predizione, non di stoccaggi
Per capire la proposta degli autori, partiamo da una domanda semplice: dove “vive” il trauma?
La risposta intuitiva, quella che la metafora di van der Kolk ha reso popolare, è: nel corpo. Come se l’esperienza traumatica si depositasse nei muscoli, nel diaframma, nella postura, in qualcosa di fisico e separato dalla mente cosciente. Da lì, la logica terapeutica sembra quasi naturale: bisogna trovare quello che è rimasto bloccato e liberarlo.
Gli autori di questo articolo propongono un’immagine diversa, costruita sulla base delle neuroscienze computazionali. La loro tesi è questa: il trauma non è qualcosa che viene conservato nel corpo, ma qualcosa che il cervello continua a ri-generare attivamente, attraverso un meccanismo chiamato predictive coding, o che dir si voglia in italiano codifica predittiva.
Come funziona il cervello secondo questa teoria?
Il cervello non si limita a registrare passivamente ciò che accade. Al contrario, costruisce costantemente previsioni su quello che sta per percepire e poi aggiorna quelle previsioni solo quando arriva un errore, una discrepanza tra aspettativa e realtà. È un po’ come se giocasse sempre a un passo avanti, anticipando la mossa successiva.
In un sistema sano, questo meccanismo è flessibile: il cervello aggiorna le sue mappe del mondo in modo fluido, adattandosi ai cambiamenti del contesto.
Nel trauma, qualcosa si rompe in questa danza. Il cervello apprende in modo profondo, urgente, che il pericolo è reale e imminente. E assegna a questa previsione una fiducia eccessiva, quella che i ricercatori chiamano precision weighting. Il risultato è un sistema che non riesce più ad aggiornare le sue previsioni: sente arousal corporeo (cuore che accelera, petto stretto), e invece di chiedersi “forse non è pericolo”, conferma: è pericolo, lo sapevo. Un loop che si chiude su sé stesso.
La metastabilità: quella parola che vale la pena conoscere
C’è un altro concetto che gli autori introducono e che trovo particolarmente fecondo per la clinica: la metastabilità.
Un cervello sano non è statico: oscilla continuamente tra configurazioni diverse, si adatta, esplora. Questa fluidità, questa capacità di passare da uno stato all’altro senza bloccarsi, è ciò che i ricercatori chiamano metastabilità. È la flessibilità neurologica che ci permette di essere allertati in una situazione di pericolo e poi rilassarci una volta che il pericolo è passato.
Il trauma erode questa flessibilità. Il cervello si “incaglia” in configurazioni di difesa e allerta, come una radio che non riesce più a cambiare frequenza. Da questa prospettiva, la guarigione dal trauma non è liberare qualcosa di sepolto, ma restaurare la capacità di muoversi fluidamente tra stati diversi.
Cosa c’è di vero (e di utile) in questa proposta
Questo framework non è un’idea campata per aria. Ha basi solide nelle neuroscienze contemporanee.
I dati di neuroimaging sul PTSD mostrano da anni qualcosa di molto coerente con questa visione: l’amigdala in iperattivazione, la corteccia prefrontale mediale che fatica a modulare le risposte di allarme, pattern di connettività che si riorganizzano in modo difensivo. Non un trauma “congelato”, ma un sistema che continua a girare in un loop di previsioni di pericolo.
C’è poi un dato interessante sulla resilienza, citato dagli autori: la maggioranza delle persone esposte a eventi traumatici non sviluppa PTSD cronico. Circa il 65% segue una traiettoria resiliente. Questo si spiega molto naturalmente nel modello inferenziale — la flessibilità è la norma, non l’eccezione — ed è meno facilmente spiegabile se pensiamo al trauma come a qualcosa che si deposita fisicamente nel corpo.
Per chi lavora con EMDR o con approcci cognitivo-comportamentali, questo modello risuona in modo interessante. L’EMDR, ad esempio, potrebbe funzionare proprio perché la doppia attenzione il movimento degli occhi mentre si rievoca il ricordo permette al cervello di processare l’errore di predizione in un contesto di sicurezza, aggiornando finalmente quelle mappe di pericolo che erano rimaste bloccate. Non perché “sblocchi” qualcosa di fisso nel corpo, ma perché crea le condizioni per un aggiornamento che il sistema da solo non riusciva a fare.
Cosa non convince (e dove l’articolo va preso con cautela)
Detto tutto questo, è importante essere onesti sui limiti di questo lavoro — e ci sono.
Primo: non è uno studio empirico. È un Opinion article cioè un articolo di posizione teorica. Non presenta dati nuovi, non testa un protocollo, non confronta modelli terapeutici. Questo non lo rende privo di valore, ma significa che le sue conclusioni sono ipotesi teoriche ben argomentate, non prove sperimentali. Va letto come tale.
Secondo: il bersaglio è una versione semplificata. Gli autori criticano la ricezione popolare della metafora di van der Kolk, non la sua opera nel suo complesso. Van der Kolk stesso, nel suo libro, discute le basi neurali del trauma, l’interocezione, le interazioni prefrontali-limbiche. Il problema, come riconoscono gli stessi autori, è che il linguaggio evocativo del libro ha spesso generato interpretazioni letterali che l’autore probabilmente non intendeva.
Terzo: c’è un rischio di riduzionismo al contrario. Passare da “il trauma è nel corpo” a “il trauma è nel cervello” risolve un problema ma ne apre un altro. Le terapie somatiche (Somatic Experiencing, Sensorimotor Psychotherapy) non sostengono che il trauma sia immagazzinato nei muscoli come in un archivio fisico. Lavorano sul sistema nervoso autonomo, sulla propriocezione, sui pattern di attivazione-deattivazione. Questi processi sono già pienamente neurologici. L’articolo tende a costruire un’opposizione tra “lavoro sul corpo” e “lavoro sul cervello” che i clinici più sofisticati non riconoscerebbero come reale.
Quarto: il titolo è più radicale dell’argomento. “Il corpo non tiene il conto” è una provocazione efficace, ma il testo è molto più sfumato. Gli stessi autori scrivono che la loro sfida non è una confutazione di van der Kolk, ma un reframing aggiornato. Il rischio è che l’articolo venga usato come argomento contro le terapie somatiche, un uso che non è giustificato dal contenuto reale del testo.
Cosa cambia davvero per chi fa terapia (e per chi la riceve)
Aldilà del dibattito accademico, c’è qualcosa di concretamente utile in questo reframing?
Penso di sì, e in modo sottile ma importante.
Se il trauma è un problema di predizione piuttosto che di stoccaggio, l’obiettivo terapeutico diventa più chiaro: non si tratta di “estrarre” qualcosa di sepolto, ma di aiutare il sistema nervoso a ri-imparare che la minaccia è passata. Di ridare al cervello la flessibilità per aggiornare le sue mappe, per esplorare nuove interpretazioni della propria esperienza corporea, per uscire dal loop.
Questo ha implicazioni anche su come parliamo del trauma con le persone che seguiamo. Dire “il trauma è ancora nel tuo corpo, bloccato lì” può essere rassicurante (valida l’esperienza somatica reale), ma può anche comunicare qualcosa di immutabile, come un oggetto sepolto che bisogna trovare. Dire invece “il tuo sistema nervoso ha imparato qualcosa in una situazione estrema, e ora possiamo aiutarlo a imparare qualcosa di nuovo” può essere altrettanto validante, ma apre uno spazio di possibilità diverso.
Il cambiamento non è nella tecnica, ma nella storia che raccontiamo sulla possibilità di guarire.
Una metafora non è mai solo una metafora
La cosa che questo articolo mi ha fatto riflettere più a lungo è questa: le metafore che usiamo in clinica non sono neutre. Guidano le aspettative dei pazienti, modellano il modo in cui pensano a sé stessi e al proprio problema, influenzano le conclusioni che traggono su cosa è possibile e cosa non lo è.
“Il corpo tiene il conto” è una metafora potente perché valida qualcosa di reale: il trauma si vive nel corpo. Le reazioni fisiche sono reali. L’esperienza somatica conta. Su questo van der Kolk ha avuto un merito enorme nel portare l’attenzione clinica e pubblica.
Ma le metafore possono anche irrigidirsi. Possono trasformarsi in credenze su cosa può cambiare e cosa no. Possono fare di un processo dinamico qualcosa di statico.
La proposta di Friston e colleghi, con tutti i suoi limiti, ci ricorda che il cervello è plastico e dinamico — e che questa plasticità è la fonte di ogni possibilità di guarigione. Non nonostante il fatto che il trauma abbia lasciato tracce, ma proprio attraverso la capacità del sistema nervoso di continuare a imparare.
È una buona notizia. Vale la pena tenerla presente.
Riferimento: Kotler S., Mannino M., Fox G., Friston K. (2026). The body does not keep the score: trauma, predictive coding, and the restoration of metastability. Frontiers in Systems Neuroscience, 20. doi: 10.3389/fnsys.2026.1812957 (articolo completo qui )
Vincenzo Capuano è psicologo e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale a Salerno, specializzato in terapia EMDR e Compassion Focused Therapy. vincenzocapuano.net




