Capita spesso di pensare alla memoria come ad un archivio: alcuni ricordi sono chiari, altri si scoloriscono con il tempo, altri sembrano sparire completamente (chi ha visto il film della Pixar “Inside Out”, il primo, lo sa bene).
Ma cosa succede davvero quando dimentichiamo qualcosa?
Per molto tempo la psicologia ha ipotizzato che alcuni ricordi potessero essere semplicemente cancellati o decadere con il passare degli anni. Tuttavia nuove ricerche neuroscientifiche stanno aiutandoci a cambiare questa prospettiva.
Uno studio recente dell’Università di Nottingham suggerisce che molti ricordi non vengano realmente cancellati, ma rimangano latenti nel cervello, come tracce silenziose che possono essere riattivate in determinate e specifiche condizioni. Questa scoperta apre scenari molto interessanti non solo per la comprensione della memoria, ma anche per il modo in cui pensiamo a trauma, apprendimento e psicoterapia.
Nel mio lavoro clinico vedo spesso come ricordi apparentemente dimenticati possano riemergere attraverso sensazioni corporee, emozioni o associazioni inattese.
Questo ci fa capire ancora di più, quando la memoria umana sia molto più dinamica e complessa di quanto immaginiamo.
Cosa dice la ricerca: ricordi che non scompaiono
La ricerca condotta all’Università di Nottingham si inserisce in un filone neuroscientifico sempre più ampio che studia la persistenza delle tracce mnestiche nel cervello. Gli studiosi hanno osservato che ricordi apparentemente dimenticati possono in realtà rimanere immagazzinati sotto forma di tracce neurali silenti che, in determinate condizioni, possono essere riattivate.
Questo fenomeno è collegato al concetto di engramma, termine introdotto già nei primi studi sulla memoria del XX secolo e oggi studiato attraverso tecniche di neuroimaging e optogenetica. Gli engrammi rappresentano reti specifiche di neuroni che codificano una determinata esperienza.
Le ricerche suggeriscono che ciò che chiamiamo “dimenticare” non sempre significa perdita definitiva della memoria.
In molti casi può trattarsi piuttosto di:
- una difficoltà di accesso alla traccia mnestica
- una riduzione temporanea dell’attivazione neuronale
- un indebolimento delle connessioni sinaptiche
- un ricordo temporaneamente non disponibile alla coscienza
In altre parole, la memoria può essere inaccessibile ma non distrutta.
Esperimenti su modelli animali e studi di imaging cerebrale mostrano che alcune memorie possono essere riattivate quando il cervello riceve stimoli contestuali o segnali neurobiologici specifici.
Questo fenomeno è noto nella letteratura neuroscientifica come memoria latente o engramma silente, ovvero una traccia neurale che continua a esistere anche quando il ricordo non è coscientemente accessibile.
Questa prospettiva modifica profondamente l’idea tradizionale di memoria come archivio statico e suggerisce invece un sistema dinamico e riconfigurabile.
La ricerca condotta all’Università di Nottingham ha studiato il fenomeno della memoria latente, cioè la possibilità che ricordi apparentemente dimenticati continuino a esistere nel cervello.
Gli esperimenti suggeriscono che ciò che chiamiamo “dimenticare” non sempre significa perdita definitiva della memoria.
In molti casi può trattarsi piuttosto di:
- una difficoltà di accesso
- una traccia mnestica indebolita
- un ricordo temporaneamente non disponibile
I ricercatori hanno osservato che alcune memorie possono essere riattivate quando il cervello riceve stimoli o contesti specifici. Questo significa che l’informazione non è necessariamente cancellata: può essere semplicemente dormiente.
Questo fenomeno è noto nella letteratura neuroscientifica come engrammi latenti, ovvero tracce neurali che continuano a esistere anche quando il ricordo non è coscientemente accessibile.
Riquadro di approfondimento: le ricerche di Susumu Tonegawa sugli engrammi
Uno dei contributi più importanti alla comprensione della memoria latente proviene dalle ricerche del neuroscienziato Susumu Tonegawa, premio Nobel e direttore del RIKEN‑MIT Center for Neural Circuit Genetics.
Negli ultimi anni il suo laboratorio ha utilizzato tecniche di optogenetica per identificare e riattivare specifiche popolazioni di neuroni che costituiscono gli engrammi della memoria nei modelli animali.
In alcuni esperimenti, i ricercatori hanno osservato che animali che sembravano aver “dimenticato” un’esperienza potevano in realtà recuperarla quando venivano riattivati artificialmente i neuroni coinvolti nella codifica di quel ricordo.
Questo risultato suggerisce che, in molti casi, la memoria non è realmente scomparsa: la traccia neurale continua a esistere, ma può diventare temporaneamente inaccessibile ai normali meccanismi di recupero.
Queste ricerche hanno rafforzato l’idea che l’oblio possa dipendere non tanto dalla perdita dell’informazione, quanto da una difficoltà nel riattivare le reti neurali che la rappresentano.
Dal punto di vista teorico, questo filone di studi ha contribuito a consolidare il concetto di engramma latente, aprendo nuove prospettive per comprendere i processi di memoria, apprendimento e recupero dei ricordi.

Memoria, cervello e tracce latenti
Dal punto di vista neuroscientifico, la memoria non è un oggetto immagazzinato in un punto preciso del cervello. Piuttosto, è il risultato di pattern distribuiti di attivazione neurale che coinvolgono diverse regioni cerebrali.
Le principali strutture coinvolte includono:
- ippocampo, fondamentale per la formazione dei ricordi episodici
- amigdala, che attribuisce significato emotivo alle esperienze
- corteccia prefrontale, coinvolta nella regolazione e nel recupero della memoria
- corteccia temporale, importante per l’immagazzinamento a lungo termine
Quando viviamo un’esperienza significativa, l’ippocampo aiuta a integrare informazioni provenienti da diversi sistemi sensoriali e a costruire una rappresentazione coerente dell’evento.
Nel tempo, attraverso un processo noto come consolidamento della memoria, queste tracce vengono progressivamente integrate nelle reti corticali.
Tuttavia il consolidamento non è un processo definitivo.
Le neuroscienze mostrano che ogni volta che un ricordo viene riattivato entra in uno stato temporaneamente instabile chiamato riconsolidamento della memoria (memory reconsolidation). Durante questa fase la traccia mnestica può essere aggiornata, modificata o integrata con nuove informazioni.
Questo spiega perché la memoria non è una registrazione perfetta del passato ma un processo continuo di rielaborazione. Quando alcune connessioni neurali diventano meno attive, il ricordo può sembrare dimenticato. Ma la rete neurale sottostante può continuare a esistere in forma latente.
È per questo che stimoli sensoriali — un odore, una musica, un luogo — possono improvvisamente riaccendere ricordi che sembravano completamente perduti.
La memoria è quindi meno simile a un archivio e più simile a una rete dinamica di connessioni che possono riattivarsi nel tempo. Dal punto di vista neuroscientifico, la memoria non è un oggetto immagazzinato in un punto preciso del cervello. Dobbiamo cominciare ad intenderlo come una rete di connessioni neurali distribuite tra diverse regioni, tra cui:
- ippocampo
- corteccia prefrontale
- amigdala
- corteccia temporale
Quando un’esperienza viene vissuta, queste regioni lavorano insieme per creare una traccia mnestica.
Nel tempo, alcune connessioni possono indebolirsi o diventare meno accessibili. Tuttavia la ricerca suggerisce che la traccia può rimanere presente nel circuito neurale. Questo è il motivo per cui un odore, una musica o un luogo possono improvvisamente far riemergere ricordi che sembravano completamente dimenticati.
La memoria è meno simile a un archivio e più simile a un paesaggio di connessioni che possono riaccendersi.
Cosa significa per il trauma
Queste scoperte sono particolarmente rilevanti quando pensiamo alla memoria traumatica.
Le esperienze traumatiche non vengono memorizzate sempre come ricordi narrativi coerenti. Spesso rimangono frammentate e sensoriali, immagazzinate sotto forma di:
- sensazioni corporee
- immagini intrusive
- stati emotivi intensi
- reazioni fisiologiche automatiche
Bessel van der Kolk ha descritto questo fenomeno affermando che “il corpo tiene il punteggio”, sottolineando come il trauma possa essere immagazzinato non solo nella memoria esplicita ma anche nei sistemi impliciti del cervello.
Dal punto di vista neurobiologico, durante un evento traumatico si osserva spesso:
- forte attivazione dell’amigdala
- riduzione dell’attività dell’ippocampo
- alterazioni della corteccia prefrontale mediale
Questa configurazione può interferire con la capacità di organizzare l’esperienza in una narrazione coerente. Il risultato è che il ricordo può rimanere emotivamente attivo ma cognitivamente frammentato.
Molti pazienti raccontano qualcosa di simile:
“Non ricordo esattamente cosa sia successo, ma il mio corpo reagisce come se fosse ancora lì.”
Questa descrizione è coerente con l’idea che alcune memorie traumatiche possano rimanere immagazzinate in reti mnestiche non integrate, pronte a riattivarsi quando uno stimolo somiglia anche vagamente all’esperienza originaria.
Queste scoperte, secondo me, sono particolarmente interessanti quando pensiamo al trauma.
Le esperienze traumatiche non vengono memorizzate sempre come ricordi narrativi chiari. Spesso rimangono frammentate, immagazzinate sotto forma di:
- sensazioni corporee
- immagini
- emozioni intense
- reazioni automatiche
Bessel van der Kolk ha descritto questo fenomeno dicendo che “il corpo tiene il punteggio”, mantiene la traccia di quelle esperienze traumatiche.
In altre parole, il ricordo traumatico può non essere facilmente accessibile a livello cosciente, ma può continuare a influenzare il sistema nervoso.
Molti pazienti raccontano infatti qualcosa di simile:
“Non ricordo esattamente cosa sia successo, ma il mio corpo reagisce come se fosse ancora lì.”
Questo è coerente con l’idea che alcune memorie possano rimanere attive ma non completamente integrate.

Il ruolo della psicoterapia e dell’EMDR
Le nuove prospettive sulla memoria latente sono particolarmente coerenti con il modello Adaptive Information Processing (AIP) alla base dell’EMDR, sviluppato da Francine Shapiro. Secondo questo modello, le esperienze difficili possono rimanere immagazzinate in reti di memoria isolate che non sono state completamente elaborate dal sistema nervoso.
Queste memorie possono continuare ad attivarsi nel presente sotto forma di:
- emozioni intense
- pensieri negativi automatici
- reazioni corporee
- schemi relazionali ripetitivi
Il lavoro terapeutico non consiste nel cancellare il ricordo, ma nel facilitare il processo naturale di integrazione della memoria. Durante la rielaborazione, le informazioni contenute nella memoria traumatica possono essere integrate con reti di memoria più adattive.
Questo processo coinvolge probabilmente i meccanismi di riconsolidamento della memoria, attraverso cui la traccia mnestica viene aggiornata mentre viene riattivata. Quando questo accade, il ricordo cambia qualità.
Non scompare, anzi diventa parte della propria storia autobiografica senza continuare a generare lo stesso livello di attivazione emotiva.
Molti pazienti descrivono questo cambiamento con parole molto semplici:
“Ricordo ancora cosa è successo, ma non mi travolge più.”
Questo tipo di trasformazione è coerente con l’idea che la memoria non sia statica ma continuamente riorganizzata dalle esperienze successive.
Queste nuove prospettive sulla memoria sono molto coerenti con il modello AIP (Adaptive Information Processing) alla base dell’EMDR. Secondo questo modello, alcune esperienze rimangono immagazzinate in modo disfunzionale nella rete di memoria e possono continuare ad attivare emozioni e reazioni nel presente.
Il lavoro terapeutico non consiste nel “cancellare” il ricordo, ma nel aiutare il cervello a rielaborarlo e integrarlo. E quando questo accade, il ricordo cambia forma.
Non scompare.
Ma comicia a diventare parte della propria storia senza continuare a generare la stessa attivazione emotiva.
Perché alcuni ricordi tornano improvvisamente
Molte persone fanno esperienza di ricordi che riemergono all’improvviso. A volte accade in modo delicato, quasi nostalgico; altre volte l’emersione può sorprendere perché il ricordo sembrava completamente dimenticato.
Può succedere con:
- una fotografia
- un luogo
- un profumo
- una conversazione
- un evento della vita simile
Questi stimoli funzionano come indizi di recupero (retrieval cues) che riattivano le reti neurali associate a un’esperienza passata.
Questo avviene perché la memoria funziona attraverso associazioni. Le esperienze non sono archiviate come file isolati, ma come reti di informazioni collegate tra loro: immagini, emozioni, contesti, sensazioni corporee.
Quando un elemento della rete viene attivato, può riaccendere altre parti della stessa rete mnestica. È un processo molto simile a quando una parola ci fa improvvisamente ricordare un’intera conversazione o quando una melodia riporta alla mente un periodo della nostra vita.
Dal punto di vista neuroscientifico questo processo coinvolge circuiti tra ippocampo, corteccia temporale e corteccia prefrontale, che collaborano nel recupero delle memorie autobiografiche.
È lo stesso motivo per cui alcune emozioni possono sembrare sproporzionate rispetto alla situazione presente. A volte ciò che reagisce non è soltanto l’esperienza attuale, ma una rete di memorie precedenti che viene riattivata.
In altre parole, ciò che emerge nel presente può essere una memoria latente che si riattiva, riportando alla coscienza frammenti di esperienze passate che non erano più accessibili.
Una nuova visione della memoria
Le ricerche sulla memoria latente ci invitano a cambiare prospettiva: dimenticare non significa necessariamente perdere un ricordo. Spesso significa semplicemente non riuscire ad accedervi in quel momento. Questo significa che l’oblio non è sempre una cancellazione definitiva, ma può rappresentare una temporanea difficoltà nel recupero dell’informazione immagazzinata nelle reti neurali.
Questa prospettiva cambia il modo in cui pensiamo alla memoria: non come a un archivio che perde progressivamente i suoi contenuti, ma come a un sistema dinamico in cui alcune informazioni possono diventare momentaneamente meno accessibili.
Questa idea ha implicazioni importanti per diversi ambiti della psicologia e delle neuroscienze, tra cui:
- apprendimento
- riabilitazione cognitiva
- trattamento dei traumi
- psicoterapia
In ambito educativo, ad esempio, suggerisce che alcune informazioni apparentemente dimenticate possano essere recuperate se vengono riattivate attraverso contesti o associazioni adeguate.
Nel lavoro clinico, invece, aiuta a comprendere perché alcune esperienze emotive possano riemergere anche dopo molti anni terapia.
La memoria quindi non è un archivio statico che perde progressivamente informazioni. È piuttosto un sistema vivo e plastico che continua a riorganizzarsi, aggiornarsi e ristrutturarsi nel tempo, in base alle nuove esperienze e ai contesti relazionali.
Conclusione: la memoria come processo vivo
Una delle cose che mi ha sempre affascinato della mente umana è che continua a cambiare nel tempo. La memoria non è un sistema statico, ma un processo dinamico, vivo, che si modifica costantemente attraverso le esperienze, le relazioni e il modo in cui interpretiamo ciò che viviamo. Anche quando un ricordo sembra lontano o irraggiungibile, la sua traccia può rimanere nel nostro cervello sotto forma di connessioni neurali latenti. A volte queste tracce rimangono silenziose per anni, finché un evento, una sensazione o un contesto relazionale non crea le condizioni giuste per riattivarle.
A volte ciò che serve non è forzare il ricordo, ma creare le condizioni perché possa riemergere in modo sicuro e integrato. Questo significa permettere alla mente di riavvicinarsi gradualmente all’esperienza senza sentirsi sopraffatta.
Nel lavoro terapeutico questo significa aiutare la persona a costruire uno spazio di sicurezza, regolazione e curiosità. Uno spazio in cui il sistema nervoso può rallentare, osservare e dare significato alle proprie esperienze. Che è quello che succede con l’EMDR.
Quando questo accade, i ricordi non emergono più come frammenti caotici o sensazioni confuse, ma possono trasformarsi in parti integrate della propria storia personale. Perché spesso i ricordi non spariscono davvero. Aspettano solo il momento giusto per essere compresi, collegati ad altre esperienze e inseriti in una narrazione più ampia e adattata della propria vita.
FAQ
I ricordi dimenticati sono davvero cancellati?
Non sempre. Le ricerche suggeriscono che molti ricordi rimangano nel cervello come tracce latenti che possono essere riattivate in determinate condizioni.
È possibile recuperare ricordi molto vecchi?
In alcuni casi sì. Stimoli, contesti o processi terapeutici possono facilitare il recupero di memorie che sembravano non più accessibili.
Perché alcuni ricordi traumatici sono difficili da ricordare?
Il trauma può essere immagazzinato in modo frammentato, sotto forma di sensazioni o emozioni piuttosto che di narrazione coerente.
La psicoterapia può aiutare a rielaborare i ricordi?
Sì. Approcci come l’ EMDR aiutano il cervello a integrare esperienze difficili nelle reti di memoria in modo più adattivo.
Riferimenti
Ryan et al. (2025). Latent memory reactivation research. University of Nottingham.
Shapiro, F. (2018). Eye Movement Desensitization and Reprocessing.
van der Kolk, B. (2014). The Body Keeps the Score.




