Il trauma nascosto: perché possiamo avere un trauma senza ricordare

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Quando pensiamo al trauma, immaginiamo un ricordo narrativo vivido. In realtà, le conseguenze traumatiche possono vivere al di fuori della memoria cosciente: in risposte corporee automatiche, emozioni “senza storia”, evitamenti, o flash back sensoriali che non si organizzano in modo compiuto in un racconto. Immagina la tua memoria come una libreria: nella sezione principale ci sono i volumi che puoi prendere in mano e raccontare: il tuo primo giorno di scuola, le vacanze al mare, un compleanno speciale. Questa è la memoria esplicita. Ma esiste anche un archivio sotterraneo, fatto di fogli sparsi, odori, tensioni muscolari, reazioni automatiche. Non lo vedi a scaffale, ma è comunque in grado di influenzare il tuo presente. Questo è il luogo dove spesso si nascondono e si annidano le tracce di un trauma.

Memoria esplicita e memoria implicita: la parte visibile e quella sommersa

Perchè accade? Semplicemente perchè il nostro cervello utilizza più sistemi di memoria: quella esplicita/dichiarativa (in cui ritroviamo ricordi consapevoli di cui possiamo parlare) e quella implicita/non-dichiarativa (abilità, schemi emotivo-motori), che dipendono da circuiti neurali in parte distinti. Per intenderci, la memoria funziona come un iceberg:

  • La punta visibile è la memoria esplicita: i ricordi coscienti, le storie che sappiamo raccontare (Squire, 1992).
  • La parte sommersa è la memoria implicita: automatismi, schemi emotivi e corporei che guidano le reazioni senza bisogno di parole (Kandel, 2009).

Pensa per un attimo a questo: non ricordiamo quando abbiamo imparato ad andare in bicicletta, eppure il nostro corpo lo sa. Allo stesso modo, possiamo non ricordare un evento doloroso, ma reagire con paura a uno stimolo che lo richiama.

Quando la memoria si spezza: dissociazione e frammenti

Durante un trauma, il cervello entra in una sorta di modalità di sopravvivenza: le aree deputate alla registrazione lineare degli eventi – come l’ippocampo e le regioni corticali prefrontali – possono “spegnersi” o funzionare in modo irregolare. Al contrario, le aree limbiche, come l’amigdala, che codificano emozioni e sensazioni, rimangono iperattive (Brewin, 2014). Il risultato è che l’esperienza non viene immagazzinata come una storia coerente, ma come una serie di fotogrammi sconnessi fra loro. È un po’ come se, durante un film, la telecamera fosse rimasta accesa solo a scatti, registrando rumori, immagini sfocate, odori o tensioni corporee, ma non tutta la trama. Quello che ci resta sono, dunque, pagine strappate da un diario: pezzi che non si incastrano fra loro in una narrazione che potrebbe apparire come coerente e continua.

La Dual Representation Theory (Brewin, Dalgleish, & Joseph, 1996) descrive bene questo processo:

  • le memorie sensoriali-percettive (odori, immagini, suoni, reazioni motorie) restano vivide e facilmente riattivabili da stimoli simili;
  • le memorie contestuali-verbali (il “chi, dove, quando” dell’evento) risultano invece fragili o mancanti.

Per questo motivo, il trauma può riaffiorare come una sensazione intensa, improvvisa e apparentemente “inspiegabile”.

Van der Kolk e Fisler (1995) hanno descritto i ricordi traumatici come frammentari: un odore di benzina, un urlo, il corpo che si blocca. Non sono falsi ricordi, ma tracce scollegate che non hanno ancora trovato un filo narrativo.

Esempi concreti

  • Una donna, dopo un’aggressione avvenuta anni prima, non ricorda i dettagli dell’evento ma prova panico ogni volta che sente passi dietro di sé di notte.
  • Un uomo coinvolto in un incidente d’auto non ha memoria cosciente della collisione, ma ogni volta che sente lo stridere dei freni ha tachicardia e sudorazione.
  • Una persona sopravvissuta a un’infanzia violenta non ricorda episodi specifici, ma reagisce con immobilità corporea (“freezing”) quando viene rimproverata da figure autoritarie.

Queste reazioni sono il linguaggio della memoria traumatica: non parole, ma segnali del corpo e dell’emozione, che restano “congelati” in attesa di essere integrati in una storia più ampia.

Tre modi in cui un trauma può restare “senza storia”

  1. Traumi precoci (amnesia infantile)
    Nei primi anni di vita, l’ippocampo – quella “centralina” che archivia i ricordi autobiografici – non è ancora pienamente maturo. Questo significa che i bambini piccoli non sono ancora in grado di conservare memorie lineari e narrabili, ma sono in grado di registrare comunque emozioni, sensazioni corporee e schemi relazionali (Alberini & Travaglia, 2017). Per intenderci, è come se il bambino disponesse solo di una macchina fotografica istantanea: scatta immagini emotive e corporee, ma non ha ancora un suo album dei ricordi in cui incollarle in ordine temporale.
    Un neonato accudito con dolcezza non ricorderà il volto della madre, ma il suo corpo conserverà una sensazione di calma e sicurezza. Al contrario, un neonato esposto a urla o violenza non avrà ricordi espliciti, ma svilupperà schemi di allarme, tensione muscolare e ipervigilanza che potranno riaffiorare nell’età adulta. Questo meccanismo è lo stesso che ci permette di imparare una lingua da piccoli: non ricordiamo quando e come, ma quel linguaggio resta “inciso” in noi.
  2. Amnesia dissociativa
    La mente può agire come un archivista. Ma di quelli bravi, eh! Di quelli capaci di chiudere interi faldoni. Questo che significa. Significa che le informazioni dell’evento traumatico ci sono, ma restano bloccate dietro una “serratura inconscia”. Questo accade perché, per sopravvivere emotivamente, il cervello sceglie di dissociare: separare l’esperienza dal ricordo cosciente (Staniloiu & Markowitsch, 2014).
    Esempio clinico: Una persona che ha subito un abuso può non ricordare l’episodio per anni, eppure sviluppare sintomi di ansia, fobie o difficoltà relazionali che traggono origine proprio da quel vissuto “cancellato”.
    È come avere un file criptato nel computer: occupa spazio e influenza il sistema, spesso lo blocca, ma non è apribile senza la giusta chiave.
    In terapia, questi frammenti possono emergere in forma di sensazioni corporee, emozioni intense o flash back improvvisi, senza che ci sia subito una narrazione coerente.
  3. Stati alterati al momento del trauma
    Quando un’esperienza è estrema, il cervello può entrare in una condizione di dissociazione peritraumatica. Qui l’immagine rende meglio della spiegazione: è come se la mente “uscisse dal corpo” per proteggersi. In questi momenti, la registrazione lineare e temporale dell’evento si interrompe, lasciando dietro di sé solo fotogrammi confusi (Ozer et al., 2003).
    E’ quello che succede a volte quando delle telecamere provano a registrare delle immagini durante il terremoto: la nostra telecamera della memoria non registra la sequenza della storia, ma riesce a registrare solo immagini a scatti: la polvere che cade, il rumore improvviso, il cuore che batte all’impazzata.
    Esempi clinici: Una vittima di incidente può ricordare solo il rumore metallico dello schianto e non l’intera dinamica.
    Una persona che ha subito violenza può conservare la memoria di una sensazione di immobilità, senza il contesto che la spiega.
    Questi “buchi” non significano che la memoria sia vuota: significano che è stata registrata in un altro formato, meno narrativo e più sensoriale.

Nota clinica. In presenza di amnesia è sempre necessario escludere cause organiche e tossicologiche (es. trauma cranico, intossicazioni, crisi epilettiche) nella valutazione differenziale, come indicato dai manuali clinici.

La “memoria somatica”: che cosa intendiamo (e cosa no)

Spesso il trauma non “vive” nelle parole, ma nel corpo.

  • Un oppressione al petto senza motivo.
  • Un odore che scatena panico.
  • Una postura di chiusura automatica davanti a figure autoritarie.

Van der Kolk (1994) parla di come “il corpo tenga il punteggio”: le tracce traumatiche si manifestano come schemi sensori-motori. Con “memoria somatica” si descrivono tracce corporee (posture, tensioni, sensazioni viscerali) che si riattivano ai trigger. La letteratura storica ha evidenziato che il corpo può “tenere il punteggio” del trauma, mentre lavori successivi hanno discusso limiti e controversie sul concetto e sulla validità di “ricordi recuperati” a distanza. Una posizione equilibrata è riconoscere il peso dei indicatori sensori-motori ed emotivi come vie d’accesso terapeutiche, mantenendo prudenza epistemica sulla ricostruzione storica. (van der Kolk, 1994; McNally, 2005; Otgaar et al., 2019).

Come lavora l’EMDR con memorie implicite e frammenti sensori-motori

Efficacia (linee guida)

L’EMDR è una terapia raccomandata per il PTSD da diverse linee guida internazionali: WHO (2013), ISTSS (2019) e documenti di aggiornamento clinico. Questo supporto si basa su trial e revisioni che ne evidenziano l’efficacia nel ridurre sintomi e diagnosi di PTSD.

Cosa succede al ricordo (meccanismi)

Durante la rievocazione con stimolazione bilaterale, il carico della working memory riduce vividezza ed emozionalità delle immagini intrusive e può diminuire le intrusività future: un meccanismo replicato sperimentalmente. Studi EEG/fMRI suggeriscono un riassetto dall’attivazione limbica verso reti corticali associative dopo EMDR. (van den Hout & Engelhard, 2012; Leer et al., 2014; Pagani et al., 2012).

Quando “non c’è la scena”: dal corpo alla storia

L’EMDR non richiede sempre un ricordo episodico completo. Oltre al targeting di eventi passati e trigger presenti, il protocollo include la body scan (fase 6) e consente di partire da sensazioni/emozioni per accedere ai network mnestici disfunzionali, specialmente nei traumi precoci o dissociati. (APA PTSD guideline – scheda EMDR; Hase, 2021; Shapiro, 2018).

Esempi clinici:
  • Pressione al collo. Un paziente parte da una sensazione “come una mano che stringe”. Con la stimolazione bilaterale emergono immagini sfocate, poi emozioni di paura. A poco a poco la scena si collega a un evento reale e viene integrata.
  • Odore di benzina. Una persona vive attacchi di panico senza motivo. Lavorando con EMDR su questo odore, riaffiora un vecchio incidente stradale mai ricordato chiaramente.
  • Freezing. Una paziente sente di “bloccarsi” davanti al partner. In terapia emerge la connessione con urla subite da bambina e la sensazione di impotenza, trasformata poi in nuove risposte di sicurezza.

Avvertenza clinica. Nei disturbi dissociativi formali è raccomandato un approccio a fasi con forte preparazione e stabilizzazione prima di una elaborazione intensiva; l’EMDR va adattato da terapeuti formati ed esperti in dissociazione. (Hase, 2021; linee guida e letteratura specialistica).

Implicazioni etiche: sintomi, non “prove”

Il lavoro terapeutico mira a ridurre la sofferenza e ripristinare il funzionamento, non a produrre “prove” storiche. La terapia non ha l’obiettivo di “trovare filmati nascosti”, ma di ridurre il dolore e restituire libertà. La letteratura sulla suggeribilità e sui falsi ricordi evidenzia che i ricordi recuperati a distanza sono rari e potenzialmente fallibili; evitare tecniche suggestive e mantenere un focus fenomenologico e orientato agli esiti è cruciale. (Loftus, 1993; Otgaar et al., 2019).

Conclusioni

Il trauma non è sempre un film che possiamo rivedere con chiarezza nella nostra mente. Più spesso è come un quaderno con pagine mancanti: alcune storie sono scritte e leggibili, altre sono strappate, lasciando solo macchie di inchiostro o segni sul foglio. Eppure, anche quelle pagine mancanti continuano a influenzare il resto del libro.

La ricerca scientifica ci mostra che la memoria non è un archivio perfetto, ma un insieme di sistemi diversi: la memoria esplicita, che racconta storie, e quella implicita, che vive nei gesti, nelle emozioni, nel corpo (Squire, 1992; Kandel, 2009). Quando un’esperienza è troppo intensa o precoce, può restare impressa soprattutto in questo livello implicito, diventando invisibile alla coscienza ma molto presente nel quotidiano.

Questo significa che sintomi come ansia, panico, difficoltà relazionali o somatizzazioni non sono “immotivati”, ma spesso segnali che la nostra mente e il nostro corpo stanno cercando di elaborare ciò che non è mai stato integrato (van der Kolk, 1994; van der Kolk & Fisler, 1995).

L’EMDR, così come altre terapie evidence-based, ci insegna che non è necessario ricordare tutto per guarire. Possiamo partire da un frammento sensoriale – un odore, una sensazione fisica, un’emozione improvvisa – e da lì accompagnare il cervello nel suo naturale processo di rielaborazione (Shapiro, 2018; Hase, 2021). È come iniziare a ricostruire un puzzle da pochi pezzi sparsi: lentamente l’immagine prende forma, non per ricostruire un passato perfetto, ma per liberare il presente dal peso del non detto.

È importante ricordare, però, che la psicoterapia non ha l’obiettivo di produrre prove storiche o “scoprire la verità oggettiva” del passato: la memoria è plastica e vulnerabile a distorsioni (Loftus, 1993; Otgaar et al., 2019). L’obiettivo è piuttosto quello di permettere alla persona di vivere con maggiore libertà, riducendo i sintomi e restituendo senso e continuità alla propria storia.

In questo senso, riconoscere il ruolo della memoria implicita e della dissociazione non significa “diffidare” dei ricordi mancanti, ma offrire dignità al dolore che il corpo porta, anche quando la mente tace. È un invito a prendere sul serio quei segnali somatici ed emotivi che spesso le persone liquidano come “esagerazioni”, “debolezza” o “sensazioni inspiegabili”.

In definitiva, il trauma nascosto nella memoria implicita ci ricorda una verità semplice ma potente: non è necessario ricordare per guarire, ma soprattutto che il lavoro terapeutico non è un processo investigativo, ma un cammino di cura e di integrazione: dal corpo alla mente, dalle emozioni frammentate a una storia nuova, capace di restituire alla persona la possibilità di vivere il presente con maggiore sicurezza, fiducia e libertà.

Il passato non deve per forza essere ricordato nei dettagli per essere finalmente elaborato e superato.

Riferimenti

  • American Psychiatric Association. (n.d.). What are dissociative disorders? Retrieved from psychiatry.org.
  • Alberini, C. M., & Travaglia, A. (2017). Infantile amnesia: A critical period of learning to learn and remember. The Journal of Neuroscience, 37(24), 5783–5795.
  • Brewin, C. R., Dalgleish, T., & Joseph, S. (1996). A dual representation theory of posttraumatic stress disorder. Psychological Review, 103(4), 670–686.
  • Brewin, C. R. (2014). Episodic memory, perceptual memory, and their interaction: A revised dual representation theory of PTSD. Behaviour Research and Therapy, 62, 19–25.
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  • World Health Organization. (2013). Guidelines for the management of conditions specifically related to stress. Geneva: WHO.
  • International Society for Traumatic Stress Studies. (2019). ISTSS Prevention and Treatment Guidelines.
  • American Psychological Association. (s.d.). Clinical Practice Guideline for the Treatment of PTSD in Adults.
Vincenzo Capuano Profilo articoli
Dr. Vincenzo Capuano

Sono uno psicologo di Salerno nato e cresciuto in Campania. 

Ho completato nel 2011 i miei studi in Psicologia dei Processi Cognitivi presso la “Seconda Università di Napoli” a Caserta e nella stessa università nel 2016 il dottorato di ricerca in “Scienze della mente”. 

Attualmente psicoterapeuta cognitivo-comportamentale per i disordini dell’età evolutiva e dell’adulto e terapeuta EMDR Practitioner.

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