Traumi invisibili: Scopri i 7 segnali che stai vivendo con un trauma irrisolto

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Quando il trauma non ha un nome (ma condiziona la tua vita)

“Dottore, perché mi sento sempre tes*, in allerta, come se qualcosa di brutto potesse accadere, anche se tutto sembra andare bene?” “Perché faccio così fatica a fidarmi, a lasciarmi andare, a sentirmi al sicuro?”
“E se fossi io il problema?”

Sono domande che tante persone che arrivano al mio studio, e non, si fanno, spesso stando in disparte e in silenzio, sentendosi spesso strane, sbagliate o troppo sensibili. Eppure nella stanza della terapia, emergono come un filo comune che si intreccia a molte storie che osservo. Non sempre dietro queste sensazioni c’è un trauma evidente, qualcosa di drammatico o di particolarmente eclatante, spesso c’è qualcosa di più sottile, di più nascosto. Spesso si tratta di un trauma relazionale non riconosciuto.

Il termine trauma evoca immagini forti quali incidenti, violenze, catastrofi. Ma esiste anche un altro tipo di trauma, meno visibile, più insidioso, che si manifesta quando, da bambini o adolescenti, non ci siamo sentiti visti, accolti, protetti, o quando ci siamo sentiti umiliati. Quando abbiamo imparato a non disturbare, a trattenere, a sopravvivere emotivamente per “non dar fastidio” o perchè “me la devo cavare da sol*”. Questo tipo di trauma – quello con la “t” minuscola – può lasciare segni profondi nel corpo e nella mente. E molto spesso, chi ne soffre non sa nemmeno di averlo vissuto, ma vive in uno stato di tensione cronica, sente che qualcosa non sta andando, e senza riuscire a spiegarselo.

Questo articolo nasce per dare voce a queste esperienze silenziose, e aiutarti a riconoscere sette segnali comuni che potrebbero indicare la presenza di un trauma irrisolto che varrebbe la pena prendere in considerazione per migliorare la tua vita.

Microtraumi e trascuratezza: il trauma con la “t” minuscola

In ambito clinico, come scrivevo più su, distinguiamo tra traumi con la “T” maiuscola – come abusi, incidenti, catastrofi naturali, lutti ecc… – e traumi con la “t” minuscola, i traumi di natura relazionale, cioè esperienze emotivamente impattanti ma meno riconoscibili: trascuratezza affettiva, invalidazione cronica, rifiuto emotivo, esclusione sociale ecc.

Come sottolineato da Ford e Courtois (2013), questi traumi relazionali complessi non derivano da un singolo evento, ma da un ambiente costantemente non responsivo o disorganizzato, spesso durante l’infanzia. Possono non sembrare “abbastanza gravi” per essere considerati traumi, ma il loro effetto sul sistema nervoso e sulla psiche può essere significativo e particolarmente duraturo.

7 segnali che potresti convivere con un trauma irrisolto

1. Ipereattività emotiva

“Ok, dottore, ma perché mi sento travolto da emozioni intense per cose piccole?”

Ti capita di reagire in modo intenso a piccole critiche o commenti ambigui? Spesso chi ha vissuto esperienze invalidanti sviluppa una sensibilità emotiva elevata, che può essere interpretata come “esagerata”, ma che in realtà è un meccanismo di allerta interiore. Van der Kolk (2014) spiega che, in questi casi, il cervello emotivo si attiva come se stesse rivivendo il passato, anche quando il presente è sicuro.

Esempio clinico: Sara, 29 anni, esplode in lacrime quando il compagno le fa notare che ha dimenticato di comprare il latte. In seduta con me, emerge che da bambina veniva criticata duramente per ogni piccolo errore, e la sua reazione attuale è un’eco di quella paura antica di “non essere mai abbastanza”.

2. Bisogno eccessivo di controllo

“Perché mi agito se non posso controllare tutto?”

Organizzi ogni dettaglio, fatichi a delegare e vai in ansia se qualcosa sfugge al tuo controllo? Questo comportamento può nascondere una forma di ipercontrollo appresa in contesti instabili, dove l’imprevedibilità era una fonte di pericolo. Gilbert (2009), il padre della Compassion focused Therapy, lo descrive come una strategia di coping sviluppata in contesti minacciosi, dove la rigidità serve a placare l’ansia di base.

Esempio clinico: Marco, 35 anni, quando arriva da me ha una routine rigidissima e va in crisi quando qualcosa interviene ad interromperla. Durante il suo percorso terapeutico affiora un’infanzia vissuta con un padre imprevedibile e aggressivo: controllare tutto oggi è diventato, dunque, un modo per sentirsi al sicuro.

3. Evitamento emotivo e relazionale

“Mi ritraggo quando le cose si fanno così intense, mi può dire perchè?”

Ford & Courtois (2013) parlano di strategie dissociative e evitanti nei quadri di trauma relazionale cronico. In parole povere, tendi a evitare i conflitti, l’intimità o le situazioni che ti espongono emotivamente? E allora L’evitamento diventa un classico meccanismo difensivo associato a quei traumi irrisolti: protegge a breve termine questo è vero, ma impedisce in modo sostanziale una piena elaborazione dell’esperienza.

Esempio clinico: Giulia, 26 anni, mi racconta di interrompere ogni relazione affettiva appena si accorge di “sentirsi troppo coinvolta”. E’ Cresciuta con una madre depressa e imprevedibile, per questo ha imparato a disattivare le emozioni per non rischiare di essere delusa o ferita.

4. Flashback emotivi (senza immagini)

“Perché mi sento improvvisamente ansioso o in colpa, senza motivo?”

Non ricordi nulla di specifico, ma senti dentro reazioni sproporzionate: ansia, rabbia o vergogna improvvisa. Questi sono flashback emozionali: non ricordi visivi, ma stati emotivi che riaffiorano in risposta a stimoli simili a quelli del passato. Van der Kolk (2014) descrive questi fenomeni come riattivazioni implicite della memoria traumatica, attivazioni automatiche e non verbali.

Esempio clinico: Luca, 32 anni, prova una forte rabbia quando sente qualcuno alzare la voce, anche se questo non è diretto a lui. Durante il lavoro fatto insieme in EMDR emergono episodi dell’infanzia in cui il padre urlava minacciando punizioni, lasciando dentro di lui una traccia corporea, una sensazione di pericolo costante.

5. Difficoltà nelle relazioni

“Dottore,perché nelle relazioni mi sento sempre inadeguato o sulle spine?”

Ti senti spesso inadeguato, o vivi relazioni con cicli di avvicinamento e allontanamento? Le ferite relazionali precoci possono dar forma a copioni interiorizzati che generano insicurezza, bisogno eccessivo di approvazione o paura dell’abbandono. Paul Gilbert (2009) evidenzia come queste dinamiche derivino da pattern di attaccamento insicuro o disorganizzato, quindi nuovamente frutto di esperienze relazionali precoci.

Esempio clinico: Martina, 34 anni, teme costantemente che il suo partner la lasci, anche senza segnali concreti. Mi racconta che è cresciuta con una madre affettivamente distante e ha imparato che l’amore può essere ritirato all’improvviso.

6. Ansia costante e allerta cronica

“Perché non riesco mai a rilassarmi davvero?”

Hai una tensione costante nel corpo, difficoltà a rilassarti, o vivi in uno stato di allerta “senza motivo”? Questo può dipendere da un sistema nervoso iperattivato, che non riesce a registrare il presente come sicuro. Stephen Porges (2011), il padre della Teoria Polivagale , spiega che il sistema nervoso può rimanere “bloccato” in uno stato di iperattivazione difensiva.

Esempio clinico: Alessandro, 41 anni, si sveglia ogni notte alle 3 e mezzo con il cuore accelerato. Nessun evento recente lo giustifica. In terapia emerge un passato familiare instabile, dove ogni notte poteva succedere qualcosa di imprevedibile.

7. Senso di colpa persistente

“Dottore, perché mi capita di sentirmi sempre in colpa, anche quando non ho fatto nulla?”

Ford & Courtois (2013) parlano di “colpa da sopravvivenza” e “colpa adattiva” nei quadri di trauma relazionale cronico: ti senti spesso in colpa, anche quando non c’è una reale responsabilità? Questo è tipico di chi è cresciuto in contesti dove si sentiva “troppo”, “sbagliato” o dove doveva prendersi cura emotivamente degli altri.

Esempio clinico: Elena, 38 anni, viene in terapia perchè ha difficoltà a dire “no”, anche quando si sente sfruttata. E’ cresciuta con un padre fragile e una madre assente, sviluppando il ruolo di “bambina adulta” che doveva sempre prendersi cura degli altri.

Come la psicoterapia può aiutarti a sciogliere questi nodi

Raccontanti questi punti, credo che la maggior parte di noi possa riconoscersi in qualcuno di essi… e la sensazione di essere spacciati sembra essere dietro l’angolo. In realtà la buona notizia è che il trauma, anche quello non riconosciuto, può essere affrontato e trasformato. La psicoterapia, lo dico sempre ai miei pazienti, non è un processo in cui si “scava” per trovare colpevoli, la pistola fumante. Ma è un percorso che ti aiuta a integrare le esperienze vissute e a liberarti da quei meccanismi che oggi ti fanno sentire bloccato e ti impediscono di raggiungere degli obiettivi desiderati nella tura vita.

Approcci come l’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) aiutano a desensibilizzare le memorie traumatiche, anche in assenza di un ricordo esplicito. Nello stesso tempo, la Terapia Focalizzata sulla Compassione può lavorare sul senso di sé, sull’autocritica e sulla vergogna (Gilbert, 2009), promuovendo uno spazio interno più sicuro e accogliente capace di ristabilire un senso di sicurezza interno.

Il lavoro terapeutico ti permette di:

  • Ricostruire il senso di te stess* con maggiore stabilità
  • Riconoscere e regolare le emozioni intense
  • Riformulare i copioni relazionali disfunzionali
  • Tornare a sentire sicurezza nel corpo e nelle relazioni

Allora quando è importante chiedere aiuto? Un invito alla cura

Se hai riconosciuto qualcosa di te tra queste righe, forse è il momento di fermarti e ascoltarti. Spesso siamo portati a sminuire ciò che abbiamo vissuto, a pensare che tutto sommato “non è stato poi così grave”, o che “altri stanno peggio”. Ma il dolore non si misura in grandezza, si misura in impatto, a volte dico in impatto percepito. Il trauma non elaborato ci impedisce di vivere pienamente il presente. Ci tiene ancorati a meccanismi di sopravvivenza che ci servivano un tempo, ma che oggi ci soffocano.

Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma un atto di profonda responsabilità verso sé stessi. Non sei sol*, non sei sbagliat* , ma soprattutto PUOI GUARIRE se te lo concedi!

Come ha scritto Carl Jung:

“Ciò che non viene portato alla coscienza, si manifesta nella vita come destino.”

Riferimenti

  • Ford, J. D., & Courtois, C. A. (2013). Treating complex traumatic stress disorders in adults: Scientific foundations and therapeutic models. Guilford Press.
  • van der Kolk, B. A. (2014). The body keeps the score: Brain, mind, and body in the healing of trauma. Viking.
  • Porges, S. W. (2011). The polyvagal theory: Neurophysiological foundations of emotions, attachment, communication, self-regulation. Norton.
  • Gilbert, P. (2009). The compassionate mind: A new approach to life’s challenges. New Harbinger.
Vincenzo Capuano Profilo articoli
Dr. Vincenzo Capuano

Sono uno psicologo di Salerno nato e cresciuto in Campania. 

Ho completato nel 2011 i miei studi in Psicologia dei Processi Cognitivi presso la “Seconda Università di Napoli” a Caserta e nella stessa università nel 2016 il dottorato di ricerca in “Scienze della mente”. 

Attualmente psicoterapeuta cognitivo-comportamentale per i disordini dell’età evolutiva e dell’adulto e terapeuta EMDR Practitioner.

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